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Pubblicato in L'intervista
Aldo Lorenzoni

di Giorgio Vaiana

Chiamarlo solo "mister Soave" sarebbe davvero riduttivo.

Perché Aldo Lorenzoni, che del consorzio del Soave è stato direttore per 22 lunghi anni, ha ricoperto altri importanti incarichi che lo hanno reso una delle persone più importanti del mondo del vino del Veneto e non solo. Oggi Lorenzoni abdica, non per sua volontà certo, ma per raggiunti limiti di età. E va in pensione. Meritatamente aggiungiamo noi. Ma anche lui che, intercettato telefonicamente dalla nostra redazione, ci scherza su: "Finalmente", dice. La vita dietro una scrivania non gli piaceva. Lorenzoni era un enologo che aveva voglia di fare qualcosa di propositivo per il suo territorio. "Sono figlio di questa terra", dice. Lui, che è nato e cresciuto a Monteforte d'Alpone si è poi trasferito a Soave, appena 4 chilometri di distanza. "Ho attraversato le vicende del Soave e di altri territori connessi per oltre 50 anni", dice ancora.

Insomma Lorenzoni, arriva nel 1998 e se va dopo 22 anni. Tanta roba...
"Già. Era un consorzio molto diverso rispetto a quello di oggi, ma il comprensorio produttivo era ben definito e praticamente identico a quello che c'è oggi. Siamo stati tra i primi consorzi a consolidarci sulle nostre massime potenzialità. Il territorio è quello che è, i vigneti sono circa 3 mila ettari e la produzione si attesta su 50 milioni di bottiglia. I dati sono questi. Non ci si può sviluppare oltre".

Allora, tutto facile?
"Da questo punto di vista certo. Il vigneto ha raggiunto la massima espansione, i produttori sono abbastanza consolidati, così come le cooperative, ormai virtuose, che hanno un grande rispetto per il territorio. Sono loro che hanno sempre consentito alle piccole aziende di poter fare viticoltura di qualità e farlo con profitto. I soci sono 2.700. E' cambiato in questi ultimi 22 anni, il fatto che le aziende che fanno tutta la filera dalle 20 che erano adesso sono circa 70. E questo è un indicatore di salute del nostro sistema produttivo. Certo se guardi al territorio sono poche, ma il 70 pr cento della nostra produzione viene gestito proprio dalle cooperative".

Si ricorda i primi giorni da direttore, nel 1998?
"Quando ho iniziato c'era un consorzio con poche competenze. Diciamo che le grandi sfide ce le siamo giocate e le abbiamo vinte negli anni 2000, come l'erga omnes ottenuta nel 2004. Poi ci venne l'idea di mettere a sistema le diverse identità del vino Veneto che confinavano con noi. E quindi ecco Durello, L'Arcole, Merlara e le Strade del vino di Soave, Durello e L'Arcole. Sette realtà distinte, ognuna con le proprie caratteristiche, ma che remavano insieme nella stessa direzione per l'operatività del territorio. Non abbiamo mai pensato a fare un "super-consorzio". Non ce n'era motivo. Abbiamo raggiunto tanti obiettivi con la massima efficienza e mantenendo ognuno la propria identità".

Immagino che non sarà stato facile mettere insieme così tante teste...
"Non ci dormivo la notte. Un lavoro del genere merita particolare attenzione. Ma o questo lavoro lo fai con spirito di vocazione, oppure diventa difficile ed è davvero dura. Io, per fortuna, ho sempre avuto un gruppo importante e fidato di collaboratori che vanno ringraziati per quello che mi hanno dato e per essermi stati vicino. Per non parlare di tutti quei giovani che sono passati dal nostro consorzio e hanno imparato tanto. Oggi occupano importanti ruoli in altri consorzi. Non fatemi fare nomi però..."

Lei ha "attraversato", mi lasci usare questo termine, tre presidenze... Chi sono stati e come li dipingerebbe?
"Il primo è stato il compianto Gian Antonio Martinelli. Lui aveva una lungimiranza incredibile. Credeva in un consorzio più ampio, con grande visione e al servizio del territorio. Che avesse fatto da volano ad un intero territorio. Fu veramente l'uomo giusto per dare il via al nostro successo".

Poi arriva Arturo Stocchetti...
"Raccogliamo un po' i primi risultati, L'erga Omnes, certo, ma le prime e importanti attività di promozione attivate all'estero. Siamo diventati agenzia al servizio dei nostri soci per le attività fuori dai nostri confini nazionali. Per non parlare dei sistemi di controllo, dalla vigna alla bottiglia. Dal 2009 ci siamo affidati ad un ente di certificazione terzo".

E infine Sandro Gini...
"Ho condiviso con lui gli ultimi anni della mia esperienza. Lui lo lego molto alla voglia di consolidare quello che è stato fatto, una visione un po' da manager, di gestione, sempre con l'obiettivo di fare squadra anche con le aziende non socie, di tanto diaologo e di programmazione. Siamo stati i primi a presentare al ministero un piano di produzione. Per ora è tutto fermo a causa dell'emergenza sanitaria. Ma è una cosa che va ripresa e che lascio in eredità".

Ci racconti le cose belle fatte in questi 22 anni...
"Non per tirarmela. Adesso sto andando a Terra Madre per prendere parte ad un convegno. Mentre cercavo tra i miei appunti, ho ritrovato il mio intervento che feci proprio  Terra Madre nel 2004. Ho riletto quello che ho detto 16 anni fa. Parlavo di biodiversità e sostenibilità. Già allora avevamo dei concetti chiari per la testa. Forse la pecca è stata quella di aver espresso queste idee troppo presto".

In che senso?
"Che abbiamo affrontato e sviluppato tematiche un po' troppo in anticipo rispetto a quando poi sono state affrontate in generale. Allora parlare di biodiversità era un po' un azzardo. Per non parlare di paesaggio. Affrontare questo argomento era una cosa stranissima. Intanto si cominciava a parlare di sostenibilità e per noi è stato un argomento cardine del nostro operare. E poi la zonazione, che è stata veramente utile alla denominazione Soave, ha portato nuova linfa e nuove attenzioni e aquesto territorio. Abbiamo subito compreso che il nostro lavoro, mi riferisco soprattutto al Soave, doveva ruotare attorno a questi fattori. Il merito che mi do, se posso permettermi, è quello di aver iniziato a far raccontare il Soave in maniera diversa. Prima si faceva in modo confuso, un po' similare a quello che facevano gli altri".

Spieghi meglio...
"Per esempio la questione dei vini vulcanici. Noi non abbiamo un vulcano attivo, eppure adesso tutti sanno che qui c'erano dei vulcani. Ecco noi lo abbiamo fatto trasparire in maniera forte ed oggi è un valore aggiunto che viene raccontato da tutti. Poi i territori vulcanici io li amo visceralmente. Come l'Etna che per me è una seconda casa che sento molto mia".

Anche sul paesaggio vi siete spesi molto...
"Nel 2006 abbiamo realizzato il primo saggio sul nostro paesaggio. Da lì, diciamo, si è avviato tutto e sono arrivati i riconoscimenti. Nel 2015, dopo quasi dieci anni, il Soave è stato riconosciuto come primo paesaggio rurale di interesse storico. E dopo appena due anni da questo premio, è arrivato il riconoscimento come patrimonio agricolo di valore mondiale dalla Fao".

Eppure in Italia si beve poco Soave...
"L'85 per cento della nostra produzione va all'estero. I mercati di prossimità sono quelli di riferimento, così come i classici. Diciamo che ormai ci siamo specializzati sull'estero e i risultati ci fanno ben sperare in futuro per nuovi traguardi. Sono poche le aziende che si dedicano al mercato interno. E' una scelta".

Come si immagina il Soave del futuro?
"Molto tonico, nonostante le nubi che si addensano nel futuro per l'emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Un'incertezza che, però, ci ha fatto recuperre gran parte dell'orgoglio originale di appartenere a questi luoghi che un po' stava scemando. Negli anni abbiamo attraversato qualche momento di appannamento, ma credo sia normale. Ma oggi, in Italia, lasciatemelo dire, non esiste un territorio che abbia un così ampio volume di conoscenze al servizio delle imprese che operano da queste parti e che quindi possono lavorare con estrema fiducia. Io vedo un Soave estremamente formato e motivato".

Ma adesso chi sostituirà Lorenzoni? Sarà un solo uomo, oppure sette, uno per consorzio e strade?
"(ride). Credo di aver capito che vogliano continuare su questa strada della sinergia tra i sette diversi consorzi territoriali. Non c'è nulla ancora sui nomi. Credo che si prenderanno del tempo per decidere con calma".

E Lorenzoni adesso che farà?
"Un bel po' di riposo. Ora Lorenzoni, anziché scrivere i libri, li leggerà. Ho tanta curiosità. Ho sete di conoscenza. Soprattutto degli altri territori. Poi è chiaro che rimarrò a disposizione del consorzio per sempre".

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