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Pubblicato in L'intervista il 20 Gennaio2021
Marco Ambrosino

di Stefania Petrotta

Procida viene proclamata "Capitale italiana della cultura" per il 2022 e noi non si può fare a meno di pensare a Marco Ambrosino, chef procidano del ristorante "28 posti" di Milano, da sempre innamorato e promotore della propria isola.

Lo chiamiamo per congratularci e, come ci aspettavamo, veniamo investiti da tutto il suo entusiasmo. Ancora incredulo, ci racconta di aver seguito su internet la proclamazione, in collegamento a distanza con amici e parenti dislocati ovunque. “È stata una festa incredibile – racconta - come quella della vittoria di uno scudetto, nemmeno io mi aspettavo di provare un’emozione così grande. Sarà perché i procidani sono sempre stati considerati solo "quelli tra Ischia e Capri" e oggi finalmente proclamano la propria identità”. E che l’emozione per Ambrosino debba essere stata incommensurabile lo immaginiamo benissimo, visto che da sempre lo chef porta in giro il nome dell’isola che gli ha dato i natali e rivendica le proprie origini in tutto il suo lavoro. A cominciare dal Collettivo Mediterraneo, il progetto che porta avanti dal 2019 e col quale si propone di raccontare, attraverso il cibo e la cucina, la multiculturalità, la biodiversità e le esperienze di donne e uomini del bacino del Mediterraneo. “Ben vengano, dunque, i racconti che fioriranno – continua - perché quello procidano è sempre stato un popolo silenzioso, che per certi versi è un bene, però adesso è arrivato il momento di parlare. La nostra isola è sempre stata patria di marittimi che giravano il mondo e tornavano a casa per fermarvisi e rigenerarsi. Ognuno di noi, anche chi non lavora nel settore, ha un rapporto personale con il mare, non foss’altro perché nell’isola, di poco più di 4 chilometri quadrati di dimensioni, lo si vede da ogni scorcio. Ognuno di noi, quindi, ha storie di famiglia che lo legano al mare. Riuscire a raccontarle, finalmente, è davvero un’opportunità incredibile”.

E le potenzialità ci sono tutte per questo progetto che pone l'inclusione e l'accoglienza come obiettivi principali in tutti i campi. Potenzialità di cui i procidani sono da sempre consapevoli e che suggellano la vocazione dell’isola, che è sociale prima ancora che turistica. Scrittori come Alphonse de Lamartine e Laura Morante, che hanno narrato di Procida, e perfino Massimo Troisi, che qui ha girato "Il postino", sono state per certi versi presenze ingombranti per quest’isola schiva che non ha mai vissuto di turismo come le isole vicine e, meno che mai, di protagonismo. Per cui oggi, con l'attribuzione di questo titolo, sembra naturale chiedersi se Procida non rischi di perdere parte della sua identità in virtù della visibilità acquisita. Una riflessione sulla quale sembra rassicurarci lo stesso Ambrosino: “Certamente chi si occupa dell’organizzazione ha preso in considerazione le potenziali problematiche di cambiamento in tal senso. Per fortuna il bacino è molto ampio perché coinvolgerà tutto l’areale dei Campi Flegrei e quindi ciò preserverà l’essenza dell’isola, anche perché Procida non ha fisicamente lo spazio perché siano ulteriormente ampliate le proprie risorse di accoglienza turistica, sicché non ho molto timore in questo senso. Penso invece che sarà una bella opportunità per sfruttare le potenzialità dell’isola a 360 gradi, e non solo stagionalmente o nei confronti di un solo ambito. La cultura non è mai un traguardo, piuttosto è un mezzo per produrre cose, per essere migliori in generale e la bellezza di questo avvenimento sta proprio in quello che mette in moto, nel riuscire a fare conoscere l’isola per altro”.

(Chiajozza)

E allora lo chef ci esorta a scoprire Procida, l’isola che unisce caratteristiche selvagge uniche ad un romanticismo diffuso, quella più vicina alla terraferma ma che, paradossalmente, ha forse il rapporto più stretto col mare, dove quest'ultimo non è mai uno sfidante, ma anzi un elemento nel quale rifugiarsi anche quando non occorrerebbe uscire a pesca, dove persino la sua architettura particolarissima di abitazioni variopinte è funzione del suo rapporto con il mare: perché, tanta era l’impazienza dei marittimi di tornare a casa, che ognuno aveva l'esigenza riconoscere la propria sin dall’orizzonte. Un rapporto endemico, dunque, una condizione non evitabile per un’isola che è possibile percorrere in 40 minuti a piedi. E infatti Procida ha sempre avuto un posto speciale nei piatti di Ambrosino, a cominciare dalla Chiajozza, canocchie, riccio di mare, pino marittimo e cavolo cappuccio per quella che è la sua dichiarazione d’amore per l'isola, un piatto che c’è da sempre e che sempre rimarrà nel menu. Realizzerà un nuovo piatto per quest’occasione? Può darsi, non si sbottona. Nel frattempo continuerà il lavoro sul Mediterraneo senza smettere di tenere d’occhio l’isola a cui riconosce un netto miglioramento dal punto di vista della ristorazione, sia perché l’età di cuochi e ristoratori si è molto abbassata, sia perché i giovani, prima di avviare le loro cucine, sono andati a fare esperienza fuori.

(Marco Ambrosino con la moglie Simona)

Tutto ciò inevitabilmente ha portato novità. Gli chiediamo di indicarci, dunque, due realtà che gli piacciono, senza fare torto a nessuno, e inizia col parlarci del ristorante “La medusa” al porto: due fratelli giovani che hanno preso in mano quella che era l’attività del padre e fanno una ristorazione pulita e genuina utilizzando il pesce freschissimo che il papà stesso prende dagli amici pescatori. E poi la “Vineria letteraria L’isola di Arturo”, al porto della Corricella, luogo dall’atmosfera romantica in cui si può godere di una selezione di vini e di libri, un locale unico per Procida, l’isola che per Marco rappresenta sempre casa e nella quale torna ogni volta che può. “Ho sempre sostenuto di non essere mai andato via da Procida, la differenza è che oggi, quando ne racconterò, sarà più semplice da localizzare anche nell’immaginario di chi ascolta. Se penso di tornarci a vivere nella vecchiaia? Oh sì, e non necessariamente da vecchio, ma non chiedetemi di svelare di più”.

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