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Pubblicato in L'intervista il 23 Novembre2021
Angiolino Maule

di Titti Casiello

Continuiamo ad approfondire la questione dei vini naturali.

Dopo averne parlato qualche giorno fa (leggi questo articolo), torniamo ad occuparcene insieme ad Angiolino Maule, fondatore e presidente di Vinnatur che, in una intervista, ci ha rivelato il suo punto di vista.

Dal 2016 Vinnatur riunisce vignaioli da tutto il mondo allo scopo di difendere l’integrità del proprio territorio, facendosi promotore della tutela del vino naturale. Senza molti giri di parole, cos’è per lei il vino naturale?
“E’ il vino del territorio. Il prodotto ultimo fatto da uomini che vivono la natura. La ascoltano. La osservano e non la dominano, perché solo lavorando con ciò che rende disponibile la natura in quel luogo si può produrre un vino autentico e sostenibile”.

Per lei naturale è biologico?
“In teoria sì, ma l’essere biologico è solo il requisito minimo per un vino naturale. Molte certificazioni biologiche consentono comunque interventi in cantina, come l’aggiunta di lieviti, chiarificazioni e una maggiore tolleranza nei confronti della solforosa, che un produttore di vino naturale non potrebbe mai accettare. Un produttore di vino naturale interviene in vigna, ma mai in cantina”.

Tutto questo, però, non aiuta a superare questo caos linguistico, e ciò destabilizza ancora di più il consumatore che non sa più che “vini prendere”. Se il naturale è anche biologico, il vino biologico trova, però una sua precisa identità grazie ai riconoscimenti legislativi; pensa che ci sia bisogno di un riconoscimento anche per il naturale?
“Si. C’è bisogno di far sapere che cos’è il vino naturale e come viene prodotto. Bisogna salvaguardare la categoria. Altrimenti la porta rimarrà sempre aperta agli emulatori, con il rischio di creare un grande calderone anche con chi di naturale è lontano anni luce”.

Eppure l’Europa pare non essere d’accordo. Nel settembre del 2020 la Direzione generale dell'agricoltura e dello sviluppo rurale della Commissione Europea, ha ritenuto che l’utilizzazione dei termini “vino naturale” e “metodo naturale” è fuorviante e può indurre in errore il consumatore. E’ d’accordo?
“Si. Non possiamo utilizzare senza un fondamento solido questi termini. Se non si crea un sistema di controllo preciso, non solo questi termini, come dichiarato dall’Unione europea, possono risultare fuorvianti per il consumatore, ma vanno a discapito anche dei veri produttori di vino naturale, visto che così chiunque può fregiarsi del termine naturale”.

Ma alla fine, pare, che questo caos linguistico stia facendo bene alla Grande distribuzione che, visti i dati di vendita del biologico, sta cavalcando l’onda dell’incertezza…
“Non sono abituato a dare colpe all’esterno, le colpe sono sempre in casa mia”.

Voi di Vinnatur avete trovato una soluzione allora?
“Dal 2016 abbiamo creato un disciplinare unico di produzione del vino Vinnatur, un piano di controlli (eseguito da un ente riconosciuto dal Mipaaf) e un regolamento di utilizzo del marchio. Ogni nostra azione mira a porre le basi per restituire identità al vino naturale”.

Poche regole, e facili da rispettare. Eppure l’associazione conta solo 170 produttori? Il mondo dei vini naturali allora è una casta o sono regole difficili da rispettare realmente?
“Ci dobbiamo difendere da chi si ritiene naturale, ma nella realtà non lo è. Le regole devono essere rispettate da tutti e non possono esserci ampi margini di manovra, altrimenti si mina la stessa serietà del Disciplinare di Vinnatur. Non sono regole difficili da rispettare, ma sono regole e come tali devono essere rispettate, da tutti. Ad esempio, non ci si può sottrarre ai controlli sui pesticidi nel vigneto, e poi proclamarsi al pari produttori di vini naturali. Se proclamiamo che il quantitativo di solfiti gioca un ruolo decisivo per la definizione di un vino naturale, poi dobbiamo anche dimostrarlo”.

Quindi è successo che qualche produttore sia uscito furori da Vinnatur?
“Se c’è qualche produttore che non intende rispettare queste regole, allora non può far parte dei produttori Vinnatur”.

Un Disciplinare, un sistema di controlli esterno, un regolamento di utilizzo del marchio, insomma pare che all’interno delle mura di Vinnatur inizi a delinearsi con precisione una metrica linguistica per il vino naturale. Ma Vinnatur non è una legge dello Stato, e fuori dalle sue mura, l’assenza di una regolamentazione, continua a generare incertezza. Tra i carnefici di questo caos linguistico ci sono anche gli stessi produttori di vini naturali?
“I produttori devono attivarsi per dimostrare la loro integrità, la loro naturalezza. Se manca una visione condivisa anche il consumatore è molto disorientato nel capire cosa sia il mondo naturale, biologico e biodinamico. Le differenze tra questi vini esistono, ma devono essere dimostrate. E per divulgare la conoscenza delle tecniche naturali bisogna crescere insieme”.

C’è un futuro allora per il vino naturale?
“Si, ma è necessario che tutti i produttori di vini naturali combattano per una stessa Patria, che in questo caso vuol dire anzitutto un unico disciplinare di produzione voluto e condiviso da tutte le Associazioni italiane che abbraccino questa stessa filosofia, mi riferisco ad esempio a ViniVeri o a Vite. Vinnatur da solo non può urlare così forte e la voce del naturale deve essere unica e condivisa. Solo così potremo diventare portatori di una nuova cultura e di un nuovo linguaggio”.

C’è qualcosa che sta bloccando questi azioni all’orizzonte?
“Se non decidiamo di sottoporci tutti ad un sistema di controlli eseguiti da un organo esterno, che possa certificare, mediante esami sul territorio e sulle vigne la serietà del nostro operato, allora l’orizzonte non mi pare sia così vicino”.

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