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Pubblicato in La degustazione il 30 Giugno2014

“Nozze di perla” per il “Duca Enrico”. 

La celebrazione di un  trentennale la cui definizione non poteva essere più appropriata. E non va considerata una pura coincidenza se nel celebrare questa “perla” di vino con  il rito di una verticale di cinque annate, !985,’87,97,2008,’09 e organizzata dalla Fisar di Catania,  si è incuneata la notizia di un riconoscimento prestigioso, il “Regional Trophy* Red Southern Italy” (categoria Vini rossi del sud Italia)  assegnato dall’ autorevole rivista Decanter, al “Duca Enrico 2009” etichetta icona del rinascimento enologico siciliano.


Tenuta Suor Marchesa

Anzi il primo Nero d’Avola”  vinificato in purezza, il primo a riscuotere il massimo riconoscimento dell’allora prestigioso “Gambero Rosso”, il primo a confondersi con i miti dell’enologia bordolese. Senza aggiungere altro perché la sua  storia è ormai talmente conosciuta che, sarebbe come se,  citando Garibaldi, si tratteggiassero di nuovo gli eventi della sua spedizione dei “Mille”. Unico obbligo che ci corre, citare il suo creatore: Franco Giacosa, il quale capì da subito, appena messo piede in Sicilia, che quel Nero d’Avola non andava “umiliato” al rango di vino da taglio. Ci mise un entusiasmo inarginabile, contagioso, il Giacosa, che infettò anche Giacomo Tachis. Con lui, anch’esso piemontese, nacque un sodalizio solido e potente. E così, detta per sommi capi, si aprì una nuova era, si spalancarono nuove frontiere con questo Nero d’Avola vinificato per la prima volta in purezza. E si rivelò una tale ventata di novità che oggi, nel trentesimo anniversario della sua uscita, ci porta a officiare, e a celebrare.  Perché oltre ad essere un grande vino e proseguire nel segno di una continuità impeccabile, delle linee tracciate, nel 1824, dagli Alliata, i creatori della “Duca di Salaparuta”, quelle che lo fanno distinguere per eleganza e finezza, spalancava una tendenza, anzi apriva un era che oggi si contrassegna come espressione di sovranità. Ovvero saper  far esprimere ad un  vitigno, le capacità di rendere autorevole il linguaggio varietale del suo territorio d’origine. Come un nebbiolo, un sangiovese, un aglianico. Ebbe, questo vino, dalla  seconda metà degl’anni ’80,  effetti scompiglianti nel mondo delle guide. Cominciò proprio da lì una lunga serie di gratificazioni: la prima vera investitura da “Grande vino” (e tra i “migliori d’Italia”) fu celebrata al ristorante “Le jardin”, oggi si chiama “Sapori”, dell’ “Hotel Lord Byron” a Roma. Evento che richiamò il gotha della wine writer italiano con Veronelli in testa, poi Cernilli e Bonilli del Gambero Rosso (“litigammo con Carlino Petrini- racconta Cernilli - perché non voleva assegnare un “Tre bicchieri” a una regione così incolta, dove mai si era prodotto un vino degno di un riconoscimento”. A cui segui la consacrazione internazionale.  A “Le cirque” di N Y, il ristorante con la miglior cantina al mondo. Presente  il “mentore” più qualificato degli States, Sheldon Wassermann (“Se volete conoscere i vini italiani – scrisse di lui il New York Times – dovete leggere i suoi libri”). Che non seppe distinguere il “Duca Enrico da un mito di Bordeaux il “Mouton Rothschild” allora giudicato uno dei migliori cinque vini al mondo…Non occorre aggiungere altro.

Duca Enrico 1985. Anno della Genesi. All’inizio fu la luce ma non solo. Effetto di un matrimonio perfetto fra la cultura enologica di Francò Giacosa e la cultura umanistica (umanesimo enologico) di Giacomo Tachis. Riuscire a bilanciare in morbido sapore  un gigantesco campione di struttura quale lo è sempre stato il Nero d’Avola è stata impresa ardua. Lo si capisce chiaramente anche se ad emergere, in questo vino, si fa netta la sensazione di un lento declino. Limpide, comunque, le note fruttate e balsamiche nonostante i suoi ventinove anni. Palato corto, per un vino che ha già imboccato il viale del tramonto. Ma chiara manifesta la grande la virtù della sintesi se in pochi secondi riesce a dire tutto, seppur  con parole sbiadite dal tempo, quel che si può dire di una storia trentennale.

Duca Enrico 1987.  Scarico di colore, poca importanza. Chiuso come le gambe di una bella donna illibata. Bastano due coccole ed ecco  chiari  i profumi speziati, non più di  catrame  ma note mentolate. A cui si unisce un eccellente valore espressivo che esalta anche il suo sapido e avvolgente  tannino pronto a  rivestire il vino di una rotondità elegante. E’ più sapido, e più lungo del primo, grazie anche ad un’annata meno calda anzi molto più fresca. Ci sarebbe piaciuto degustarlo nella stessa serata in occasione e con le stesse caratteristiche di quel tempo, che  confusero le idee a Shaldon Wassermann alle Cirque di New York. Tanto che scambiò questo Duca Enrico  per un… Mouton Rothschild!

Duca Enrico 1997. Una delle miglior annate e l’ ultima di Franco Giacosa . Si sente netto un lento lavorare del tempo che plasma il vino al concetto su contorni, fino a toccare i profumi di dattero, di palmito, e di erbe aromatiche. Lungo, largo sostenuto da una freschezza forse neanche attesa, appagante, coerente. Che parla in modo pacato e sicuramente in dialetto siciliano. Qua un affinamento in botte seguito da un affinamento in barrique, si esalta quella rassicurante dolcezza del nero d’Avola.  Una profondità impensabile, frutto della scelta corretta di affidarsi a chi la sa lunga, parliamo ovviamente del vitigno oltre che agli uomini dell’azienda. 

Duca Enrico 2008.  Anno del cambio epocale. Il nero d’Avola espatria, parla una nuova lingua, passa dalla durezza del dialetto siciliano alla dolcezza dei fonemi francesi. Percorrendo solo pochi chilometri. Dalla piana di Gela alle colline di Riesi contrada Suor Marchesa. Al palato freschezza, impatto acido, tannino rotondo, note fruttate, buona struttura, grande equilibrio. Non opulente ma  fine. Un vino piacevolmente armonico dalla complessità inusuale frutto anche  di una sapiente selezione per un blend di barrique nuove e meno nuove. Sembra douce sans sucre come dicono i francesi. Ma tante altre virtù emergeranno presto a galla…

Duca Enrico 2009.  Annata non ancora in commercio. Note speziate e grandi potenzialità.  Vino appena nato ma sembra già un  bambino prodigio che non balbetta ma si esprime, inizialmente, con la più tipica, superficiale e rassicurante dolcezza del nero d’Avola. Fino ad arrivare ad una profondità impensabile. Frutto di un grande terroir che della contrada Suor Marchesa ne ha fatto un autentico laboratorio sperimentale. Con i risultati che questi vini esprimono. Qui c’è in più una sapidità “mineralista” equilibrata data dal terreno calcare.   Anche questo vino sembra quasi amabile e allo stesso tempo semplicemente secco. Con una “lasciva” flessuosità al palato accompagnata da una  magnifica   estrazione del tannino. Il tutto rende l’assaggio veramente soffice e setoso. Un vino che sembra un dizionario dei “Sinonimi e contrari”. Cinque perle da attaccare alla collana della vita.

Stefano Gurrera
 

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