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Pubblicato in La degustazione il 20 Luglio2016


(Giovanni Roversi)

di Cristina Gambarini

Il borgo è un gioiello incastonato tra le alture, nella vallata del fiume Esine, l’unica che si sviluppa da nord a sud: Matelica è la culla del Verdicchio, vitigno autoctono presente in questa zona dai tempi delle guerre tra romani e piceni, e dalle cui uve si ricavava un vino apprezzato per le grandi rese piuttosto che per la qualità. 

Dalla metà degli anni ‘60 la riscoperta delle sue potenzialità, l’istituzione della Doc e poi della Docg e il cambio di rotta.
In questo contesto non stupisce che 5 brillanti professionisti, tutti amici e legati dall’amore per queste terre, abbiano deciso di spendere parte del loro tempo e del loro denaro per riscoprire e far apprezzare un vitigno dalle enormi potenzialità come è il Verdicchio di Matelica. E’ così che è nata nel 2008 la Borgo Paglianetto: un’azienda con 25 ettari di terreni vitati, in una zona particolarmente vocata per questo vitigno. Terreni lontani 70 chilometri dal mare, chiusi in una culla dove il clima è continentale, fatti di argilla e calcare (combinazione perfetta per dare mineralità al vino), con una fortissima escursione termica (indispensabile per regalare acidità e quindi attitudine all’invecchiamento): il concetto di terroir declinato all’italiana.  

La cifra stilistica di Mario Basilissi, Luciano Bruzzechesse, Pierandrea Farroni, Antonio e Giovanni Battista Roversi, i soci della Borgo Paglianetto, è la discontinuità, la ricerca di un prodotto profondamente diverso da quelli esistenti, il recupero di un concetto, prima che di un termine, come terroir, in cui clima, terreno, e caratteristiche del vitigno si fondono dando vita a un prodotto non riproducibile altrove.
La scelta di passare dall’agricoltura convenzionale a quella biologica e ora biodinamica accelera questa filosofia. “Niente componenti chimici, protocolli severissimi, ma soprattutto uva soltanto delle nostre vigne. L’evoluzione del Verdicchio viene seguita passo dopo passo - afferma Giovanni Roversi - vogliamo che nei vini si percepisca la tipicità del territorio, non ci interessa altro”.

Undici le etichette dell’azienda, di cui due non ancora sul mercato, che abbiamo avuto il piacere di degustare a Milano, nello spazio Arc Linea. Il primo è “Spumante”, uno spumante metodo classico, dal profumo intenso e penetrante, di particolare finezza, con netta fragranza di crosta di pane. Poi “Ergon”, un Verdicchio in purezza, fresco, sapido, dal profilo aromatico complesso, caratterizzato da un finale ammandorlato.Tra le bottiglie della cantina due meritano una menzione particolare: la prima è “Vertis”, il top dei Verdicchi non riserva, affinato 8 mesi in acciaio e 4 mesi in bottiglia. Dal bouquet floreale e fruttato intenso, è perfetto per accompagnare piatti dal gusto deciso, formaggi di media stagionatura e pesci. 

Accanto a questo, lo “Jera Riserva Docg”, un Verdicchio in purezza che viene affinato 18 mesi in acciaio e poi lasciato 8 mesi in bottiglia. Vino strutturato dal profumo intenso e complesso, ha un’ottima capacità di invecchiamento. Si abbina a piatti di pesce importanti, a formaggi stagionati o a carni elaborate, come il vitello tonnato.
Tutti i Verdicchi di Borgo Paglianetto hanno grande sapidità e mineralità, caratteristiche dovute proprio alla tipologia del terreno sui cui si trovano le vigne. Per questa attenzione al suolo, degli 80 ettari posseduti dalla cantina, soltanto 25 sono coltivati a vite. “La ricerca della vera essenza di questo vitigno è il nostro obiettivo, il lavoro in vigna è impegnativo e totalizzante - spiega Giovanni Roversi - ma non lo lascerei a nessun altro, per nessuna ragione al mondo. Con gli altri soci si parlava di lasciare spazio in cantina ai figli, alle nuove generazioni. Io ho detto no, per ora questo è il mio diletto, forse tra qualche anno…”.

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