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Pubblicato in Numero 24 del 30/08/2007 il 29 Agosto 2007
di Emanuele Di Bella
    VIVERE DIVINO

Mario Ronco, piemontese, è da sette anni l’enologo dell’azienda Cusumano. “L’Isola ha grandi potenzialità, serve solo organizzazione. La prossima annata? Sarà eccezionale”

Vi racconto il vino siciliano

Enologo, 39 anni, piemontese di Moncalvo (nell’Astigiano), figlio di una famiglia che ha sempre fatto vino. Eccolo Mario Ronco, consulente dell’azienda Cusumano di Partinico con la quale quest’anno porterà avanti la settima vendemmia, ma impegnato anche con aziende piemontesi, della Calabria, della Vallle d’Aosta. Lui, che arriva da una terra dove parlare e produrre vino non è poi una rarità, il vino siciliano lo ha visto inizialmente come una grande scommessa, poi come una moda e ora come una certezza su cui puntare.

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Ronco, com’è la Sicilia del vino, rispetto al 2000, quando ha cominciato a lavorare con Cusumano?
“All’inizio c’erano tanti vitigni internazionali. Ma si conoscevano poco, per questo venivano commessi errori sia nei luoghi che nei modi di coltivazione. In quegli anni in Sicilia c’era grande fermento, molti vitigni sono stati impiantati in zone non viticole, perché con l’ausilio della tecnologia e dell’acqua si può piantare ovunque, ma i risultati non sono sempre ottimi".
Quali errori?
“Una volta i vitigni ad alberello, che hanno una ridotta necessità di acqua, venivano piantati esclusivamente in zone collinari, dove i terreni sono più umidi, adesso si trovano anche vicino al mare, in zone molto più secche. Questo per fare un discorso generale, perché poi ci sono diversi casi da prendere in considerazione”.
Adesso le cose sono cambiate?
“In sette anni si è imparato che quando si pianta una vigna bisogna pensarci bene. Quando sono arrivato in Sicilia lo Chardonnay da tendone o da controspalliera veniva considerato identico e venduto allo stesso prezzo. Ora c’è una sensibilità diversa”.
È stata fatta tanta strada fatta. Ma ancora la Sicilia non è come la Toscana.
“Servono aziende che riescano a produrre qualità, non necessariamente quantità, e che abbiano il coraggio di credere nei propri mezzi. E poi ci vogliono tanti anni. La Sicilia è importante, per ora, solo come quantità. Servono anche progetti mirati. Ma la crescita io la sto vedendo. Nel mondo si parla della Sicilia del vino. Il vino siciliano fa tendenza”.
C’è ancora questa moda?
“È un po’ scemata. La crescita è arrivata per chi ha investito bene ed è stato capace di organizzarsi in modo preciso. Non può più essere il piccolo produttore ad andare avanti da solo, serve organizzazione di vendita, serve un progetto, bisogna credere nei vitigni autoctoni”.
Come cambia il gusto di chi compra?
“Cambia certo e dobbiamo tenerne conto anche noi che il vino lo facciamo. Bisogna saper trasferire il gusto siciliano nel territorio. Bisogna puntare sul Nero d’Avola. Vedo molto bene anche i bianchi siciliani: grande forza e grande sapidità”.
Cosa ne pensa del genoma della vite?
“Bisogna vedere come viene utilizzato, se riesce a far sapere qualcosa in più ben venga”.
Un’ultima domanda, come sarà la prossima annata?
“Lo scirocco ha creato un innalzamento dei gradi alcolici, ma non ha colpito il buon andamento dell’annata. Sarà scarsa, in termini di quantità, ma di alta qualità. L’inverno secco? Non ha influito più di tanto, la vite non è andata sotto stress”.



Marco Volpe


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