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L'EDITORIALE

Oltre 150 mila i visitatori ma pochi gli operatori americani, tedeschi e giapponesi. Serve più attenzione per i prezzi dell'accoglienza

Verona, caro-hotel
e vini in passerella

di Fabrizio Carrera

Di ritorno da Verona leggiamo i dati diffusi dall'ente Fiera sul Vinitaly appena concluso. Dati che smentiscono i segnali di crisi con cui molti produttori hanno affrontato la rassegna enologica più importante d'Europa. Oltre 150 mila visitatori nei cinque giorni programmati e soprattutto 45 mila buyers stranieri, duemila in più dello scorso anno, il più alto numero di operatori non italiani mai registrato.

Non abbiamo motivo di non credere a questo dato, tuttavia è doveroso registrare che di americani, tedeschi e giapponesi in giro se ne sono visti pochini. Il mercoledì sera, vigilia dell'apertura del Vinitaly, Verona offriva lo scenario di tutti i giorni, non quello tipico del periodo della fiera, quando via Mazzini, piazza delle Erbe e le strade limitrofe del bel centro storico, pullulano di tantissime persone provenienti da tutto il mondo. Poi per fortuna è andata meglio. Giovedì e venerdì restano i giorni migliori per concludere affari, gli altri giorni sono per il pubblico e gli appassionati, come si è ben visto dalla folla tra gli stand nel fine settimana. A lasciarci l'amaro in bocca è invece il caro-hotel: prezzi alle stelle e lamentele diffuse  per prezzi decisamente troppo alti: chi scrive può raccontarvi di una doppia, uso singola, in un albergo molto vicino al centro con stanza piccola e bagno microscopico pagato a notte ben 190 euro. Se questa è crisi... sarebbe meglio che qualcuno, ente Fiera in testa, si preoccupi anche di tariffe e accoglienza perché se questo è l'andazzo non osiamo pensare quali prezzi potrebbero spuntare il prossimo anno. Il Vinitaly ha già un costo molto alto per le aziende e non si può pensare che cinque giorni a Verona debbano significare un salasso per chi partecipa alla fiera e l'incasso di una stagione per gli hotel.

I bilanci della missione Vinitaly, tornando al vino, sono tra luci e ombre. C'è chi si frega le mani e chi è un po' deluso. Accade sempre così. Ma non credo che ci sia da preoccuparsi, né tanto meno il Vinitaly può essere la tappa decisiva. Importante sì, ma non fondamentale. C'è dell'altro da fare. E poi crediamo che la qualità, l'alta qualità, paghi sempre. E chi ha un marchio forte non ha da temere soprattutto se vive e lavora nel Sud Italia dove la crisi - una certa crisi - c'è da sempre. Ha ragione anche uno che di vino e affari se ne intende come Emilio Pedron, amministratore delegato del gruppo Giv, il Gruppo Italiano vini, prima azienda italiana per fatturato, che vede il Vinitaly come una festa e alle feste - dice - si sorride e si è sempre allegri. E per il vino-protagonista c'è solo una passerella dove sfilare e farsi assaggiare.

Siamo stati pure a Villa Boschi, a Isola della Scala, in provincia di Verona, l'«altro» Vinitaly: in tutto 170 espositori (quasi una decina quelli siciliani) e un clima più disteso e ludico. Tanti banchetti, tanti assaggi, pure un barbecue gigantesco e uno spazio per acquistare. Tutto bello purché non ci si lasci prendere la mano sostenendo idee del tipo «qui è tutto bello, buono, leale e onesto, fuori di qui è tutto un disastro». Insomma, no al manicheismo. I vini sono molto, molto, interessanti. È una tendenza che non va trascurata, qualcuno esagera quando sostiene che sarà il bere del domani, tuttavia cominciamo a tenere in considerazione anche questo mondo. Noi faremo la nostra parte.

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