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Pubblicato in Numero 100 del 12/02/2009 il 13 Febbraio 2009
di Redazione

VIVERE DI VINO

Il delegato dell'Ais siciliana: "Inutile realizzare buoni prodotti se poi non lo si dice a nessuno. È importante quanto la qualità"

Privitera:
"Il futuro del vino
è nella comunicazione"

Da otto anni è a capo dei sommelier siciliani anche se sta pensando che il terzo mandato da delegato dell'Ais regionale sarebbe forse troppo. «Non sono vecchio ma non si può occupare per sempre la stessa poltrona» dice Camillo Privitera, 48 anni, enotecario di Acireale.



Da dove nasce la passione per il vino?
«Mi occupo di vino e di turismo enogastronomico da 25 anni ma il piacere per la terra e per il vino ci sono sempre stati, sin da bambini. Poi mi sono allontanato per un po', ho vissuto a Imola per sedici anni».

Perché è tornato?
«Per una scommessa. Sentivo aria di rinnovamento e di nuove culture al Sud. E poi perché ho conosciuto mia moglie. Fatto da non trascurare»

L'aria di rinnovamento l'ha trovata?
«Parzialmente. Catania è dinamica ma i rapporti con la burocrazia sono complicati».

Invece nel mondo del vino?
«Il vino rappresenta l'unico comparto in cui la politica è andata più avanti degli stessi produttori. Ci sono aziende che si sono completamente rinnovate. Quattordici o quindici anni fa i ristoranti buoni in Sicilia erano pochissimi, oggi è diverso e il vino ha fatto da traino».

Qual è il vino che preferisce?
«Cerco finezza, eleganza, non i vini che colpiscono al naso e poi si esauriscono. Preferisco la qualità. In Sicilia non si può parlare di zone ma di microzone».

Partendo da questo presupposto sulla Doc Sicilia non può essere d'accordo.
«Sono d'accordo sul promuovere il nome Sicilia, perché vuol dire parlare di una storia lunga 4 mila anni. Ma ogni territorio deve poter raccontare la sua storia».

In Sicilia ci sono troppi produttori?
«No, c'è troppo vino che prende direzioni sbagliate. Se ne vende troppo oltre lo Stretto sfuso o comunque per usi non all'altezza di questo prodotto. Il male principale è trovare in scaffali Nero d'Avola a 99 centesimi».

Un aspetto positivo?
«È un prodotto unico. In un territorio così variegato puoi trovare di tutto: vini bianchi importanti o freschi. Noi possiamo competere con qualsiasi tipo di vitigno e con tutti i mercati».

Verso cosa deve andare la vitivinicoltura dell'Isola?
«Verso un ulteriore rafforzamento della qualità e della finezza. A questo va aggiunta la comunicazione. Se si fa un buon vino e non si comunica, a cosa serve? Le aziende devono dotarsi di tecnici ma anche di comunicatori».


Marco Volpe

(foto Francesco Baiamonte)


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