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Pubblicato in Numero 66 del 19/06/2008 il 18 Giugno 2008
di Emanuele Di Bella
    DIARIO GOLOSO

Tre giorni di cene alla Capinera, al Granduca e al Duomo. Prodotti di qualità, cura dei particolari diargol_taormina_66hp.jpge ottimo servizio

Maratona culinaria
a Taormina

Lo ammetto: dopo cinque giorni in Romania trascorsi a mangiare cibi in scatola, salse insipide e ortaggi di gomma avevo proprio bisogno di disintossicarmi. Di riappacificarmi con la dieta mediterranea e masticare pesce che sa di pesce, carne che sa di carne e verdura che sa un po’ anche di terra.
E per la cura — ma sì, chiamiamola così — ho scelto Taormina. Tre giorni di mare e cene ricostituenti per il corpo e per lo spirito. Un po’ meno per il portafogli. Ma vi assicuro: soldi benedetti. La mia maratona culinaria ha fatto tappa, nell’ordine, alla Capinera, al Granduca e al Duomo. Confesso che se avessi avuto un altro giorno non avrei disdegnato di tornare anche al Tiramisù, dove nonostante il posto (devo essere sincero, non mi piace il locale e ancora meno la sistemazione dei tavoli) ho sempre mangiato abbastanza bene.
granduca66.jpgCosì, svestiti i panni del turista sessuale (ormai se dico che sono andato a Bucarest per lavoro non mi crede nessuno) e approfittando del ponte del 2 giugno, mi sono ri-tuffato nei sapori nostrani. Cominciando proprio dalla Capinera. Prima di iniziare mi sia concessa una breve divagazione. Perché dovete sapere che ogni volta che ceno in uno dei posti segnalati nelle «Soste di Ulisse» ho sempre la buona abitudine di prendere una guida e metterla in macchina, in moto, oppure lasciarla a casa. A occhio e croce ne avrò una quindicina sparpagliate qua e là. Eppure venerdì, proprio il giorno in cui mi ero fissato con la Capinera, tutte le guide hanno pensato bene di sparire e far perdere ogni traccia assieme agli elenchi telefonici. Quasi fosse una congiura contro di me, anche il telefonino, forse perché è aziendale, si è rifiutato di accettare qualsiasi numero di servizio tipo «1288», «1254» o «892424». Pazienza, ci siamo detti, proviamoci comunque.
Ed ecco la prima tappa. Arriviamo intorno alle 21, senza prenotazione. Per fortuna una delle sorelle D’Agostino riesce a trovarci un tavolo (dopo di noi è stato negato almeno ad altre tre coppie). Il tovagliato è raffinato e anche il servizio di piatti e bicchieri non è male. Qui il menu per le donne è rigorosamente senza prezzo e la carta dei vini sembra l’opera omnia dell’enoteca nazionale e non solo. Il servizio è eccellente, l’atmosfera — benché il maltempo ci abbia negato la fantastica vista sul mare — è di quelle magiche, capaci di farti conquistare anche il cuore della donna più esigente.
Come antipasto ordiniamo crudo di mare e gamberoni rossi, la scelta del vino ricade su un Gewurztraminer di St. Valentin. I piatti si presentano bene e i sapori vengono esaltati con delle salsine delicate e molto interessanti. Ottimo anche il pane, preparato da loro e servito in diverse varietà. Il secondo — trancio di ricciola e rotolini di cernia — è sublime e il vino si rivela perfetto nell’abbinamento. Tanto era buono che — devo essere sincero — dopo averne diviso una bottiglia intera con la mia dolce metà, e dopo avere aggiunto anche un buon bicchiere di rhum appena maggiorenne (1990 Port Morrant Demerara di Samaroli, consigliato dall’ottimo Pietro D’Agostino), ho completamente rimosso dalla memoria il dessert. Ricordo solo vagamente i pasticcini, serviti col caffè, e il conto: 140 euro. Poi il vuoto cosmico (o alcolico che dir si voglia).
La seconda tappa è al Granduca, una cucina ottima e raffinata (non capisco perché si ostinano a ingolfarsi anche con le pizze!) che non ci ha mai traditi. Il primo impatto però non è dei migliori. Perché dopo i lavori di ammodernamento il locale — e soprattutto quella meravigliosa terrazza sul mare — ha finito per somigliare tremendamente a una sala banchetti: troppo bianco, troppa luce, troppo poco spazio tra i tavoli.
dagostino_pietro66.jpgStavolta siamo in sei. Abbiamo ammesso al gruppo quattro amici con cui da qualche mese a questa parte ci capita di affrontare vere e proprie escursioni culinarie. L’allargamento della famiglia mi consente di assaggiare molte più portate: dal carpaccio di tonno (sublime) al soutè di frutti di mare, dagli spaghetti con bottarga (mai mangiati così buoni, anche se c’è chi sostiene che da Charme sono insuperabili) alla spigola al cartoccio in guazzetta di frutti di mare. Il tutto innaffiato con un merlot (Grammonte di Cottanera) e seguito da cassata (non è la ricotta palermitana), profitterol e crostata ai frutti di bosco. Costo: 100 euro a coppia grazie allo sconto fedeltà. Gradimento: abbastanza alto (non chiedetemi voto, non ho nessun titolo.
La terza e ultima tappa, anche se io avrei volentieri invertito l’ordine (per finire con il dolce), è stata al Duomo. Stessa combriccola, diverse le aspettative. Perché se è vero che gli altri li conoscevamo da un pezzo, in questo posto eravamo tutti novizi. Devo ammettere che l’impatto non è stato dei migliori. La saletta interna dove siamo stati sistemati somigliava infatti al piano meno nobile della Focacceria San Francesco di Palermo e prima di essere presi in considerazione abbiamo atteso più di un quarto d’ora, in pieno stile «sabato sera in pizzeria». In compenso abbiamo mangiato un ottimo macco di fave e una aguglia imperiale alla griglia insuperabile nel sapore e nella cottura, un po’ meno nelle dimensioni. Ottime anche le verdure servite come contorno (sbagliato considerarlo piatto secondario), da evitare (e vi assicuro che il giudizio di chi li ha mangiati è stato di gran lunga più inclemente) invece gli spaghetti al nero di seppia e le linguine col sugo di pesce. Il vino era un nerello mascalese (Fatagione 2004 di Cottanera). Costo: 95 euro a coppia. Diciamo che vale il prezzo del biglietto.
Il bilancio finale comunque è più che soddisfacente. Perché nonostante l’enorme afflusso di turisti Taormina si conferma attenta alla qualità dei prodotti, alla cura dei particolari e al servizio con la clientela.
Nota a margine: lunedì 2 giugno, giornata solitamente dedicata a grigliate e pic-nic, il mio stomaco ha accettato solo liquidi e una brioche con gelato. Ma non è la prima volta. Solitamente lo sciopero dura infatti tre, al massimo quattro giorni. E poi? Yes, weekend.


Vincenzo Marannano

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