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Pubblicato in Numero 9 del 17/05/2007 il 17 Maggio 2007
di Emanuele Di Bella

    IL PRODOTTO

La coltivazione è considerata difficile, così viene snobbata dalle nuove generazioni. Per questo Slow Food ha deciso di inserirla nel circuito dei 200 presìdi che tutelano e sostengono le piccole produzioni autoctone

fragole.jpgFragolina di Ribera, una risorsa a rischio di estinzione

Altro che Ingmar Bergman! Il vero “posto delle fragole” l’abbiamo trovato a Sciacca in provincia di Agrigento dove, da oltre cinquant’anni, viene coltivata e prodotta la fragolina di Ribera.

Con il suo frutto globoso e piccolino, di colore rosso intenso, molto aromatica e dal gusto delicatamente fragrante, è altamente utilizzata nella tradizione culinaria locale (marmellate, sciroppi, gelati, liquori). Ma la fragolina di Ribera è una ricchezza naturale che rischia di scomparire; motivo per cui Slow Food ha deciso di inserirla nel circuito dei 200 presìdi che tutelano e sostengono piccole produzioni autoctone preservandole dall’estinzione.
fragoleribera.jpgMa quali sono le cause che hanno ridotto i giardini di coltivazione dai 300 ettari degli anni ’60 ai 15 ettari odierni? (a rispondere è Giuseppe Pasciuta, funzionario del Servizio assistenza tecnica dell’assessorato regionale Agricoltura e foreste)
“Si tratta di una concomitanza di fattori. Anzitutto le coltivazioni erano e sono interamente a conduzione familiare e, ovviamente, le nuove generazioni preferiscono di gran lunga dedicarsi ad altro, sia nella gestione della raccolta manuale che nella commercializzazione del prodotto. In secondo luogo, la concorrenza spietata della fragola rifiorente che ha causato danni all’affermazione della fragolina di Ribera nel mercato”.
La fragolina rifiorente è simile a quella di Ribera?
“Sono due cose completamente diverse che vanno valorizzate in modo diverso. La rifiorente nasce da un incrocio tra la fragolina di bosco e il fragolone. Ha una forma più allungata, con profumi e colori decisamente meno intensi; diciamo che è ottima a scopi “decorativi”. La sua carta vincente sta nella produzione garantita 365 giorni l’anno grazie alla coltivazione in serra che determina frutti più resistenti e quindi facilmente esportabili. Al contrario, quella di Ribera viene prodotta a pieno campo (1500 metri circa di ampiezza, consociato con frutteti o in purezza, ndr), ha una facile deperibilità perché dovrebbe essere consumata entro le 48 ore dal raccolto, e purtroppo commercialmente non viene pagata per quello che effettivamente merita”.
A questo punto viene da chiedere se il gioco vale la candela… (lo spiegano Giacomo Ciaccio e Antonino Verderame, due dei diciotto coltivatori e produttori della fragolina di Ribera a Sciacca)
“Produrre la Fragolina di Ribera comporta per noi enormi sacrifici, sia per l’impegno fisico che per quello economico. Di solito cominciamo a raccogliere alle prime ore del mattino (tra le quattro e le sei) perché l’aria fresca facilita il distacco del frutto dalla pianta mantenendolo integro, e continuiamo durante l’arco della giornata per circa 10-12 ore. Quando riusciamo ad avere delle buone annate, ci aggiriamo intorno ai 60-70 quintali di raccolto per ettaro; in questa stagione la situazione è demoralizzante. Siamo riusciti ad ottenere  40 quintali appena, a causa delle frequenti piogge fuori stagione e dello scirocco soffocante che le ha seguite. Malgrado tutto, perseveriamo; la terra è vita e coltivare la fragolina di Ribera dà prestigio sia a noi che ai nostri territori”.
Quale sarebbe allora il modo migliore per darle il risalto che merita anche al di fuori del territorio agrigentino? (lo chiediamo a Gianfranco Falletta, presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda di produzioni biologiche Colle Vicario)
“Sembra paradossale ma la parola “magica” è: trasformazione del prodotto. Tre anni fa abbiamo scoperto che un ottimo metodo per preservare le qualità della fragolina di Ribera è quello di trasformarla in marmellata. Questo ci ha dato l’opportunità di esportare anche all’estero con un considerevole ritorno d’immagine. Basti pensare ai francesi che l’abbinano alle ostriche o ad altri che in Italia l’hanno proposta nel sushi. Alla cena di gala del Taormina Film Festival la nostra marmellata era addirittura servita in un involtino di lardo di suino nero dei Nebrodi. Il consiglio che voglio dare è di gustarla, molto più semplicemente, in una crostata o su una buona fetta di pane e burro. Non ha rivali!”.


Marina V. Carrera

Sono buone e fanno anche bene
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