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Pubblicato in Numero 63 del 29/05/2008 il 28 Maggio 2008
di Emanuele Di Bella
    PERBACCO


vigneto_alberello_63hp.jpgNelle zone siciliane ad elevata vocazione viticola è il miglior sistema per la qualità dell'uva da vino, ma è difficile da meccanizzare, molto costoso e difficile da praticare per mancanza di manodopera

Il ritorno dell’alberello

Nel settore vitivinicolo si sono registrati in questi ultimi 40 anni degli stravolgimenti produttivi. La viticoltura è stata abbandonata o drasticamente ridotta in zone altamente vocate ma poco produttive, dove spesso aveva anche una azione di mantenimento del territorio, per essere introdotta in territori non vocati che prima erano destinati a colture cerealicole e leguminose.
Qui, con l'impiego dell'irrigazione e dei concimi chimici, si sono diminuiti i costi di produzione e aumentate enormemente le quantità dell'uva prodotta per unità di superficie, a discapito della qualità. Ci si è così ritrovati con quantità enormi di vino di scarsissima qualità. Nell'allevamento del vigneto si è passati da forme di potatura basse e potate corte (di origine greca) a forme di allevamento alte e potate lunghe, con elevate cariche di gemme e di grappoli.
Questi sistemi di allevamento alti ed espansi richiedono acqua ed azoto ed hanno pertanto una vigoria elevata, ciò che conduce a tessuti più vulnerabili alle malattie, agli insetti ed agli stress idrici. È dimostrato che le concimazioni azotate e le irrigazioni diminuiscono la sintesi delle fitoalexine, cioè delle sostanze naturali impiegate dalla vite per resistere ai parassiti vegetali. È da tutti, oggi, riconosciuto che la viticoltura da vino di alta qualità, nella maggior parte dei casi, impone delle condizioni di coltivazione della vite che possono riassumersi nell'alta densità d'impianto di viti per ettaro. La filosofia produttiva è quella di far produrre poco frutto per ceppo di vite. Quindi potature cosiddette corte e povere, che per l'ambiente mediterraneo, cosi come per altri ambienti limite per la coltivazione della vite (Valle d’Aosta, Borgogna, Champagne), significa soprattutto allevamento ad alberello. Nelle zone siciliane ad elevata vocazione viticola l'alberello è senza ombra di dubbio il sistema migliore per la qualità dell'uva da vino, ma esso è quasi impossibile da meccanizzare, molto costoso e sempre più difficile da praticare per mancanza di manodopera.
Cinquant'anni fa densità d'impianto di 8-10.000 viti per ettaro erano la norma per i vigneti siciliani; oggi, sebbene sia possibile trovarne qualche isolato esempio in Sicilia Orientale (zone dell'Etna, del Ragusano, di Pachino), sono diventate un'eccezione. Negli ultimi decenni la volontà di meccanizzare la viticoltura ha infatti portato i produttori ad introdurre nuovi sistemi di allevamento adatti alle trattrici agricole in commercio. Si sono così modificati i sistemi tradizionali in nuovi tipi di allevamento che hanno dimezzato (spalliera) e addirittura decimato (tendone) il numero di viti per ettaro. Questo vuol dire che 100 quintali di uva per ettaro non si producono con 10.000 piante, cioè a dire un chilo a ceppo, ma, con forte discapito della qualità, anche con sole 1.000 viti, cioè 10 chili per pianta! E' significativo un rapido confronto con quanto è invece avvenuto in Francia, dove invece di adattare i vigneti ai trattori si sono adattati i trattori ai vigneti in modo da non alterare assolutamente il rapporto quantità di uva per ettaro/numero di ceppi per ettaro, che è indubbiamente sinonimo di qualità per l'uva da vino. Si comprende immediatamente come la meccanizzazione e l'obiettivo primario della quantità, abbiano sconvolto, in Sicilia ed in altre regioni italiane, la stessa fisiologia della pianta che ha di conseguenza avuto bisogno di interventi esterni (irrigazione, concimazioni), senza i quali è quasi impossibile, nel nostro ambiente caldo arido, la sopravvivenza stessa della vite così allevata. Questi nuovi impianti si possono dunque considerare dei sistemi di forzatura produttiva della vite, ed hanno determinato un enorme decadimento qualitativo, non solo perché si è cercato di far produrre esageratamente una pianta di vite, ma anche perché contestualmente si sono privilegiati vitigni altamente produttivi, di scarsissima qualità enologica.
Fortunatamente oggi in Sicilia, stiamo assistendo a un graduale, anche se lento, recupero delle vigne ad alberello, dove ancora esistenti, (Etna, Pachino) e all’impianto di nuovi vigneti sempre per essere coltivati ad alberello siciliano.
Anche nelle Eolie a Lipari, oltre che sull’Etna, nel ragusano, nel calatino e a Pachino, ad opera di coraggiosi produttori e viticoltori, si sta assistendo al ritorno a questo antico e quanto mai importante sistema di coltivazione della vite per l’ambiente caldo arido siciliano.
A Lipari la Tenuta di Castellaro (www.tenutadicastellaro.it), in una zona di quasi totale abbandono della vitivinicoltura, ha quest’anno impiantato alcuni ettari di vigneti con vitigni autoctoni, tra cui la Malvasia, con il sistema ad alberello etneo. Il sesto d’impianto delle viti è 1,1x1,1. Ogni vite ha un tutore, un palo in castagno dell’Etna spaccato. La densità d’impianto delle vigna è di oltre 8.000 ceppi per ettaro. L’obiettivo è quello di far produrre circa 1 kg di uva per vite.


Salvo Foti

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