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Pubblicato in Numero 51 del 06/03/2008 il 06 Marzo 2008
di Emanuele Di Bella
    LA CURIOSITÀ


Una scheda elettronica, ideata da uno studente di Ingegneria, per individuare sostanze laboratorio_tesi.jpgtossiche come atrazina e ocratossina-A. Una metodologia di analisi che consentirà un risparmio economico e di tempo

Caccia
alle tossine del vino


Una scheda elettronica per misurare la presenza di tossine o di sostanze aggiunte nel vino. L’innovativo strumento, ideato all’interno di una tesi di laurea sperimentale in Ingegneria elettronica e di un progetto cofinanziato dal Miur che si è svolto al Cres di Monreale (Palermo), può consentire alle aziende produttirici di analizzare e controllare la qualità del vino e le sue carattristiche organolettiche sfruttando il fenomeno della “risonanza plasmonica superficiale“.
Le analisi sono state fatte in via sperimentale nel laboratorio del Cres su vino rosso e su vino bianco. A fornire i campioni di vino è stata la casa vinicola Fatascià. Lo scopo era rintracciare la presenza di sostanze tossiche come l’atrazina e l’ocratossina-A e individuare le mannoproteine, indicatori di qualità del vino. Il biosensore realizzato è una scheda composta da un trasduttore integrato prodotto dalla Texas Instruments denominato “Spreeta”, un microprocessore a 8 bit, una porta Ethernet per il collegamento con un Pc e un display grafico per apprezzare i risultati delle misure in tempo reale.
foto_giorgio_carlevaro.jpgAi campioni di vino, ancora non imbottigliato e quindi non pronto per la commercializzazione, le mannoproteine sono state aggiunte direttamente nel laboratorio di microelettronica del Cres, per poterle evidenziare. Oltre alle mannoproteine, si sono ricercate anche due sostanze indesiderate: l'atrazina e l'ocratossina-A. “Per nessuna di queste sostanze sono stati riscontrati livelli fuori norma tanto che, per poter sperimentare le caratteristiche di rilevazione del biosensore, così come già fatto per le mannoproteine, si è aggiunta atrazina nei campioni sotto esame“, spiega l’ingegnere Guido Spoto, tutor aziendale che ha seguito la tesi di laurea fatta da Giorgio Carlevaro, anche con la collaborazione di alcuni biologi. Relatore è stato il professore Stefano Riva Sanseverino.
L'atrazina è un pesticida (cancerogeno) utilizzato anche sulle viti nel momento iniziale della formazione del frutto, quando l'acino non è ancora maturo. Il limite consentito per legge è di 0,01 ppm (mg/Kg). L'ocratossina-A è invece una micotossina dovuta alla muffa, che può rimanere anche quando la muffa (tramite ad esempio un antimicotico) viene rimossa. Il limite consentito è di 2,0 ppb (ug/Kg). “Anche questa - spiega il tesista - è una sostanza cancerogena e teratogena, nota da tempo per la sua presenza nei cereali e nella frutta secca e recentemente rilevata in una vasta gamma di prodotti trasformati quali, oltre al vino, caffè, birra, cacao ed i dadi dabrodo“.
Rispetto ai tradizionali reagenti, la nuova metodologia di analisi consentirà un notevole risparmio sia in termini economici sia in termini di tempo. I dati delle analisi si conoscono infatti in tempo reale e non dopo ore. La risonanza plasmonica, il fenomenico fisico sfruttato, riguarda la rifrazione della luce: le sostanze disciolte nel liquido producono un angolo di risonanza diversa che le distingue. “Quest’angolo viene misurato e in base alla misura si risale alla presenza di una certa sostanza nel vino e alla sua quantità. Lo scopo – aggiunge Carlevaro - è verificare se la sostanza evidenziata rispetta i limiti di legge fissati dai protocolli biologici”.



Antonella Romano

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