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Pubblicato in Numero 53 del 20/03/2008 il 20 Marzo 2008
di Emanuele Di Bella
    RISTORANTI DEL CUORE/3

Anche nella ristorazione tante le zone buie a Palermo. Spiccano i segreti dei Pizzo, palermo_hp_xrist.jpgl’accoglienza di Emiliano Bisso, le ghiottonerie di Nangalarruni

Sprazzi di luce
nel capoluogo


Palermo è il capoluogo della Sicilia, con i suoi 700 mila e passa abitanti è la capitale dell’Isola. Tutti ci aspetteremmo una ristorazione degna di tale primato geografico. Tuttavia, come molti gourmet sanno, non è così. Perché la ristorazione purtroppo - o per fortuna - riflette lo stato di salute di una città. E Palermo, a noi sembra, non stia benissimo.
Ci appare - e lo diciamo senza voler esser troppo critici - una città un po’ spenta, dove la creatività è inesistente, dove gli eventi culturali, quelli che fanno sentire una città viva cominciano ad essere troppo pochi, una città piegata un po’ su se stessa, senza una visibile prospettiva. Una cartina di tornasole? Mostre importanti, zero (De Chirico è un po’ poco, diciamolo), eventi musicali, idem se non per qualche tournée. taniagianni_pizzo.jpgL’assenza di opere di architettura moderna (unici esempi il palazzo dell’Enel di via Marchese di Villabianca che ha ormai una quarantina d’anni e il nuovo tribunale un po’ nascosto tra le case del rione Capo). Né si segnalano iniziative imprenditoriali di rilievo se non per l’importantissima battaglia al racket e le voglie di aprire ipersuper centri commerciali che farebbero sparire molte piccole botteghe. Un po’ poco. Anzi troppo poco. Stiamo divagando dal nostro tema centrale ma serviva scrivere queste cose per fotografare il momento storico del capoluogo siciliano.
In questo contesto, appesantito poi da una crisi economica che investe tutta l’Italia, e Palermo c’è dentro fino al collo, come può stare la ristorazione? Male, è ovvio. Tuttavia, tra tante zone buie c’è qualche sprazzo di luce. Noi ne abbiamo trovati due e siamo convinti che qualcuno li seguirà a breve. Sono i due ristoranti del cuore del capoluogo: il primo è Divin Cibo della famiglia Pizzo di via XII Gennaio. Non un ristorante tradizionale (lo vedete già dal locale e dall’arredo) ma neanche un semplice wine bar o stuzzicheria. I Pizzo sono nati con una salumeria in via Perez, hanno percorso con gran fatica e sacrificio la scala verso il successo. Il loro segreto? Una famiglia d’acciaio che ha creduto in modo testardo alla qualità. Oggi il successo li ripaga. Ma a noi interessa sapere che andare da Pizzo vuol dire mangiare formaggi e salumi di alto livello, bistecche di Chianina eccellenti, un’offerta di vini imponente arricchita oggi da una possibilità di bere a bicchiere grandi etichette come pochi, anzi come nessuno. E tanto altro ancora. Se a questo aggiungete che un sorriso, un grande sorriso, sarà sempre pronto ad accogliervi, che volete di più?
L’altro locale è il Santandrea, che si trova nell’omonima piazza a poca distanza dalla Vucciria. emiliano_bisso.jpgSiamo nel cuore di Palermo, ancora fascinoso e decadente. È un luogo che piace ai turisti ma mai scontato dove Emiliano Bisso, che ne è il patron, propone una cucina siciliana senza orpelli (dove i siciliani sono maestri quando vogliono) e pertanto ci piace nella sua semplicità. Un locale accogliente, intimo, dove mangiare in totale relax, dove gustare piatti soprattutto di pesce a prezzi non impossibili, con un servizio affabile che si nota. Anche qui i sorrisi non fanno difetto. E per i gourmet, che amano essere coccolati, non è un dettaglio. Dopo Palermo spostandoci in provincia c’è ancora un altro locale, a Castelbuono, tappa d’obbligo per i golosi. Castelbuono è un piccolo centro madonita che è riuscito a coniugare, rispetto del territorio (più alto rispetto alla media siciliana, merito anche del parco delle Madonie), valorizzazione delle proprie risorse (una passeggiata nel corso principale ve ne farà rendere conto) e attenzione verso le ghiottonerie locali: i funghi, la manna, i formaggi, la testa di turco… E se Castelbuono è cresciuta – ne siamo certi – il merito è anche di Peppino Carollo, cuoco e patron del Nangalarruni, (Scacciapensieri, in dialetto). Peppino è tornato dall’estero, si è messo di buzzo buono e ha cominciato a credere nella materia prima del suo territorio quando nessuno ancora ne parlava. E’ stato un pioniere a modo suo e il tempo gli ha dato ragione. Il meglio di sé lo da con i funghi, ma non solo. Anche il suo è un ristorante del cuore.


F. C.

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