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Pubblicato in Numero 187 del 14/10/2010 il 14 Ottobre 2010
di Redazione

COSA LEGGO

Nel libro di Bill Emmott, “Forza, Italia”, l’ex direttore dell’Economist traccia un quadro sul Sud e le sue opportunità. Tra scenari di fusioni aziendali e ridimensionamenti

Il futuro del vino?
Meglio senza aiuti pubblici

Bill Emmott è stato per alcuni anni direttore dell’autorevole rivista inglese “Economist”. Innamorato del nostro Paese a cui ha dedicato puntuti editoriali ora ha scritto un libro dal titolo “Forza, Italia - Come ripartire dopo Berlusconi”, edito da Rizzoli  (pagine 254, 19,50 euro). Uno dei capitoli riguarda il Sud e soprattutto il vino visto come grande biglietto da visita, volano, opportunità per un riscatto possibile. Un’analisi che è il frutto anche di una conversazione con Diego Planeta, importante produttore siciliano. Un ragionamento che annuncia una nuova fisionomia delle cantine nell’Isola e, soprattutto, l’ipotesi che senza contributi pubblici si realizza un’impresa più efficace. Eccone una parte. 

La ricerca, condotta in diversi Paesi, ma soprattutto in Gran Bretagna, rivelò che la Sicilia era una delle due sole regioni italiane ampiamente riconosciuta dagli stranieri (l’altra era la Toscana). L’85 per cento degli intervistati ne aveva sentito parlare e il suo nome evocava immagini positive di storia, sole e tradizioni rurali e incontaminate, ma, forse sorprendentemente, non di mafia. Solo il 7 per cento associava la Sicilia al vino, anche se era la seconda regione vinicola italiana, con 120.000 ettari totali di vigneti. Ecco, pensò, l’opportunità di mercato: associare il vino a un’isola che nell’immaginario dei potenziali clienti è vista come «inalterata, rurale e assolata». La cantina Planeta si sviluppò in modo tipicamente italiano, tuttavia, come un’impresa familiare. All’epoca in cui nacque l’idea di costruire una cantina di prestigio, il nipote di Planeta, Alessio, aveva ventun anni e sua figlia Francesca sedici. Alessio fu mandato in Francia a lavorare in cantine di piccole dimensioni per imparare il mestiere. Quando fu abbastanza grande, anche Francesca fu mandata all’estero: andò a Londra per studiare Comunicazione e poi lavorò per Nestlé, il gigante svizzero dei dolciumi. Così, quando fu pronta la prima vendemmia nel 1995, la famiglia era stata coltivata bene quanto i vitigni, specialmente per la vendita sui mercati internazionali. Adesso Planeta vende il 60 per cento del suo vino all’estero. Ciò contribuisce a distribuire il rischio ma si confà anche alla strategia privilegiata dall’azienda di vendere vini di alta qualità, molto costosi. È più facile trovare mercato per questo tipo di prodotti a Londra, New York e Tokyo che a Reggio Calabria. Molti sono commercializzati in modo più simile a quelli del «nuovo mondo» australiani e californiani, rispetto allo stile tradizionale europeo, con etichette semplici e il vitigno in evidenza. È un esempio che potrebbero seguire anche altri? Con il vino, a sposare l’idea di un’etichetta forte a prezzi elevati sono già in molti. La Sicilia, come dimostrano Settesoli e Planeta, è un’isola dove si può coltivare con successo un’ampia varietà di uve, ma non un’isola adatta alla produzione e alla commercializzazione di massa come quella dei grandi conglomerati australiani. Interrogato sulle prospettive del settore, il mio interlocutore divide i vignaioli dell’isola in tre tipi. I primi sono i piccoli produttori privati come Planeta, Donnafugata e Tasca d’Almerita. Nel 1985 erano solo due, adesso centinaia: di questi, dice, ad avere davvero successo sono forse il 20-25 per cento. Si aspetta un’ondata di fusioni e ridimensionamenti, al termine dei quali ci potrebbero essere 50-60 buone cantine di prestigio. Poi, ci sono alcune aziende, incluse Settesoli e Corvo, che producono grandi quantità di vino a prezzi bassi e che spesso acquistano l’uva dalle aziende agricole invece di avere vigneti propri. Diego Planeta ritiene che abbiano buone possibilità di prosperare perché il loro rapporto qualità-prezzo è buono, sono ben organizzate e il nome della Sicilia sta diventando forte come marchio. Infine c’è un ampio gruppo di circa ottanta cooperative che dipendono da anni dai sussidi pubblici, specialmente quelli comunitari, il che ha portato a una sovrapproduzione enorme e alla scarsa attenzione al marketing o a un’organizzazione adatta. Molta della loro uva è destinata alla distillazione. Senza denaro pubblico, dice, sono cooperative «morte che camminano». Delle ottanta esistenti ne possono sopravvivere non più di cinque. Questo genere di analisi può essere applicata all’agricoltura siciliana e a molte altre attività dell’isola. Gli agricoltori o le aziende alimentari siciliane che competono sul mercato internazionale come produttori a basso prezzo, che è l’orientamento favorito dai sussidi dell’Unione Europea e dall’interferenza politica, hanno scarse possibilità di sopravvivere. È probabile che le aziende che hanno questo approccio e che dipendono dal denaro pubblico scompaiano, mentre i cibi di alta qualità, venduti con etichette che comunicano sia la qualità sia l’origine siciliane, abbiano maggiori chance di generare profitti. Sono necessarie anche alcune fusioni perché i piccoli produttori possano acquisire la capacità di gestire le vendite e il marketing a livello internazionale. Chiedo a Planeta se pensa che questa via sarà seguita. La risposta ci riporta ai politici. Ci si sta accorgendo delle opportunità a disposizione, ritiene, ma ci vuole tempo. In ogni settore della Sicilia, dice, ma in realtà in ogni ambito dell’esistenza, le migliori condizioni si verificano quando non c’è un politico potente a mettersi di mezzo o a cercare di assumere il controllo. Le città e i paesi più puliti ed efficienti sono quelli che hanno avuto sindaci comunisti, non per ragioni ideologiche ma perché non hanno ricevuto denaro pubblico. In un periodo in cui le sovvenzioni pubbliche si stanno facendo sempre più scarse, quindi, si presenta una buona occasione per essere ottimisti. Non basterà per recuperare il 40 per cento di divario tra il reddito pro capite della Sicilia o del Mezzogiorno e quello delle regioni centrali o settentrionali, ma se quel divario verrà colmato, sarà grazie al vigore imprenditoriale, alle lezioni apprese dall’estero e all’arte della buona organizzazione e della buona gestione. Non certo grazie ai sussidi pubblici.


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