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Pubblicato in Vinitaly 2013 il 07 Aprile2013

E’ l'uomo italiano del vino in America. O, se preferite, l'uomo americano del vino italiano.

Per la definizione fate voi. Per noi è soprattutto Leonardo Lo Cascio, palermitano, 63 anni, ma ormai da molto tempo negli Usa, fondatore di Winebow, una delle più importanti aziende di importazione di vini negli Usa che il nostro giornale cronachedigusto.it ha premiato lo scorso gennaio con il Best in Sicily come migliore ambasciatore siciliano del gusto nel mondo.

Lo Cascio, laureato in economia internazionale a New York e specializzato a Chicago, ha due grandi passioni. La ceramica e l’enogastronomia. La prima la colleziona, l'altra, grazie al vino, è diventata la sua professione. E così nel 1980 ha pensato di creare una società che importasse il vino italiano negli Stati Uniti in un momento in cui tutto quello che riguardava l’enogastronomia era targato Francia e gli inizi quindi non sono stati facili.

Oggi la sua società, la Winebow, ha in portafoglio ben 57 aziende e oltre 400 etichette di vino italiano e tante altre di altri Paesi: dall’Argentina, alla Spagna, dall’Australia alla Nuova Zelanda. “Il nostro - spiega - è un lavoro capillare. Distribuiamo in tutti gli Stati Uniti e importiamo dall’Italia circa 750 mila casse di prodotto che corrispondono a 9 milioni di bottiglie. Da tutto il mondo riceviamo 2 milioni di casse di vino che corrispondono a 30 milioni di bottiglie per un fatturato di oltre 300 milioni di dollari”.
 
Oggi come sta il vino italiano negli Stati Uniti, si sentono ancora gli effetti della crisi?
"Se collegato alla situazione economica generale americana, direi che il vino italiano sta bene, e sicuramente meglio rispetto alla recessione del 2011. In questo momento stiamo assistendo a una crescita leggera, che si sta trascinando dietro un po' di settori, incluso quello della ristorazione. In linea di massima la situazione è stabile, vi sono segnali positivi di ripresa, tranne che per la fascia alta, i cosìdetti super premium, che stanno vivendo un momento più problematico. Complessivamente il consumo è buono, soprattutto per i prodotti che allo scaffale si aggirano tra i 10 e 25 dollari. Dobbiamo sempre tener presente che stiamo parlando di un Paese in cui vi è una crescita della popolazione del 2% annuo e dove il consumo medio pro capite è in crescita. Per dare un'idea, in una popolazione di 300 milioni di persone, passare da 12 a 13 bottiglie pro capite, significa passare a un consumo ulteriore di altri 300 milioni di bottiglie. Questo è un primo dato da considerare”.
 
Chi è il competitor principale del vino italiano?
“Attualmente uno dei maggiori competitor è un vitigno, il Malbec, i cui vini che negli ultimi anni hanno avuto una vera e propria esplosione. Questo vino, con un rapporto qualità prezzo eccezionale, ha beneficiato della svalutazione della moneta argentina. Il deprezzamento della moneta rispetto al dollaro statunitense e la poca incidenza dei dazi statali, ha reso più facile la sua commercializzazione con un posizionamento allo scaffale più che ragionevole. Altri competitor rimangono sempre i vini californiani che offrono una vasta gamma di prodotti, per più fasce di prezzo. La loro carta vincente è l'immediatezza, oltre alla semplicità con cui vengono identificati dal consumatore.”
 
Cosa ne pensa invece dei vini cosidetti naturali? Hanno un mercato parallelo o per gli americani sono la stessa cosa?
"C'è senza dubbio un interesse e, a parer mio è una strada da seguire, può rappresentare un buon investimento. I primi vini qualificati come naturali, hanno deluso le aspettative dei consumatori. Per cui, a fronte di un interesse marcato per la salute, questi vini devono anche avere un appeal, sia dal punto di vista degustativo, che come prezzo medio allo scaffale. In ogni caso è la strada per il futuro. Ad esempio, nelle grosse catene americane "All foods", i vini naturali possono avere un ottimo sviluppo."

E a proposito di consumi , che consiglio darebbe a un'azienda italiana per sondare il mercato americano?
"Se parliamo di tipologie, Prosecco, Pinot Grigio, e bianchi dell'Alto Adige sono sempre molto apprezzati dai consumatori Usa. E poi c'è un mercato anche per i vini del Sud Italia di fascia media, per intenderci, economicamente parlando, sotto i 20 dollari. È chiaro che ci sono le nicchie, ma per fare un esempio, è impensabile oggi voler entrare sul mercato con un Supertuscan, poiché c'è un'offerta troppo grande, e bisognerebbe "sgomitare" in mezzo a un numero dilagante di aziende. Anche il Brunello e il Barolo sono mercati inflazionati. Per cui le aziende che vogliono sondare questo mercato, devono puntare sicuramente su vini di fascia media."
 
Cosa si aspetta da questo Vinitaly dal punto di vista lavorativo? Cosa vorrebbe degustare, cosa la incuriosisce?
"La prima cosa per me è l'aspetto educativo e anche i rapporti umani del nostro lavoro. Quindi ci tengo a sottolineare che ogni anno facciamo un investimento importante. Portiamo quaranta persone di Winebow al Vinitaly, poiché è mio desiderio che il mio staff incontri personalmente i produttori. Devono conoscere non solo i vini, ma tutto il contesto, e la conoscenza diventa un fattore fondamentale per la crescita. Per quanto mi riguarda sono incuriosito da questo grosso fermento per i vini senza solforosa. Ci sono una ventina di aziende che hanno fatto alcuni esperimenti. Quindi parteciperò a un 'blind tasting' di vini senza solforosa."
 
Chi sono i critici americani di vino? Quali i più influenti?
"Robert Parker è influente, poi come testate direi Wine Spectator e Wine Enthusiast. Poi c' è un altro critico indipendente, Stephen Tanzer dell'International Wine Cellar anch'egli abbastanza influente. Poi ci sono molti scrittori locali che scrivono per i quotidiani più noti che hanno un peso notevole. Sono coloro che dedicano una pagina al cibo e al vino, ed è chiaro che quando un nostro vino viene recensito su una di queste testate, il riscontro è di gran lunga superiore rispetto a un giornale di settore. Un po' come le pagine dedicate di Repubblica e del Corriere della Sera in Italia".
 
Robert parker ed Eric Asimov, critico del New York Times, sono il diavolo e l'acquasanta?
"Le rivalità tra giornalisti americani sono molto meno marcate di quelle tra giornalisti italiani”.

M.A.P.

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