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Pubblicato in Vini e territori il 26 Marzo2013


Nicola Campanile

“La forza del Sud sta proprio nell’incapacità di essere cresciuto, non abbiamo nulla da reinventare ma tutto da dire”.

Ecco la potenzialità del sud enologico d’Italia e che ci spiega Nicola Campanile, ideatore e promotore di Radici Wines, l’evento dedicato agli autoctoni del Mezzogiorno, diventato vetrina  di richiamo per giornalisti, wine writer, critici e buyer di tutto il mondo. A pochi mesi dall’edizione 2013, in programma dal 5 al 10 giugno al Resort Masseria Caselli, a Carovigno, in provincia di Brindisi (www.ivinidiradici.com), ecco una riflessione sullo stato del mondo del vino del Sud, per fare il punto su criticità e successi.


Jancis Robinson mentre degusta a Radici Wines


Resort Masseria Caselli

Sebbene oramai sia un sistema che avanza nei mercati equipaggiato con una nuova consapevolezza ed etichette che parlano di territori, il Sud non possiede ancora l’identità commerciale che altri areali del vino vantano, vedi sistema Nord-Italia o Francia, o regioni oltreoceano come quelle californiane. Intanto a rallentare la sua corsa è proprio la doppia velocità a cui viaggia. Anzi, come dice Campanile, il Sud starebbe percorrendo due binari diversi: “In questa realtà vinicola – chiarisce - ci sono le aziende che vanno dall’altra parte del mondo, che varcano l’oceano e sanno vendere, e poi c’è una viticoltura locale che, purtroppo, non ha i mezzi, e che hanno bisogno di sostegno. Certo, bisogna dare merito alle grandi cantine che hanno aperto questo varco e hanno tracciato un solco nel percorso dell’internazionalizzazione, facendo da apripista. Se solo si facesse sistema, a partire dal livello istituzionale!” 

Insomma a fare da zavorra sarebbe la solita questione culturale tutta italiana, il non adottare l'ottica di squadra in ambito commerciale, e più accentuata alle latitudini meridionali. Mancherebbe un piano comune, condiviso, attraverso cui imporsi nello scenario internazionale. Con il risultato che territori cresciuti in qualità e capacità espressiva vanno alla conquista dei mercati senza una visione manageriale e di marketing applicata, senza presentarsi come un unico Sud compatto. “Siamo dinnanzi ad una forza che sta esplodendo, il brand del Sud si sta facendo strada –ribadisce Campanile - ma le regioni dovrebbero mettersi insieme. Se le istituzioni, che a ragion veduta, orientano i loro sforzi per promuovere il proprio territorio comprendessero il vantaggio che può dare l’unità, non ce ne sarebbe davvero per nessuno. Guardiamo a quello che si è fatto nel Nord Italia. Hanno capito che la fotografia di gruppo va fatta con il sorriso. Sanno che quando vanno all’estero devono dare l’idea di un sistema forte. Ma noi abbiamo un vantaggio. Abbiamo un territorio che si è conservato, non l’abbiamo sfruttato. C’è tanto da fare conoscere”. Campanile descrive il quadro attuale con un’espressione eloquente che ama usare: “Abbiamo un prodotto d’oro servito su un piatto di bronzo mentre altri hanno un prodotto di bronzo servito su un piatto d’oro”.

Problematiche a parte, il Sud, è assodato, lo dicono classifiche e  premi, è la nuova rivelazione del Made in Italy in grado di competere ad altissimi livelli. Non temerebbe rivali, perché portatore di novità e allo stesso tempo della storia più antica. Sempre più riconosciuto, e soprattutto riconoscibile, questo areale multi culturale, multi territoriale, è trainato da un fermento che lo sta rinfrancando dall’arretratezza, e dall’assopimento, in cui è rimasto impantanato per troppo tempo. Campanile, che ad ogni edizione di Radici ha potuto tastare il polso di questa evoluzione, del riscatto del sud enologico, ci rivela, dall’alto del suo osservatorio privilegiato, i territori, secondo lui, nuovi talenti del prossimo futuro. Cita, primo fra tutti, l’Irpinia con i suoi Fiano e Greco. E poi la Calabria. “E’ rimasta incontaminata – dice -  la caratterizza un fattore fortemente identitario. E' indietro rispetto alle altre civiltà che corrono ma questo diventerà un valore. I territori sono l’antitesi della vita urbana, portano sofferenza e questa è la loro forza. Quanti anni dovranno ancora passare perché possa recuperare terreno? Nel frattempo rischiano di scomparire molte piccole realtà,  l’economia rimane soffocata, però ci sono nuovi entusiasmi, si è creato un nuovo nucleo di produttori che insieme a quelli storici stanno facendo grandi cose e, soprattutto, c’è una diversità stilistica”.

Poi elenca la regione più trendy del momento, la Puglia. Il fenomeno di questi ultimi due anni che non soffrirà della caducità tipica di tutte le mode. “Un sistema solido – chiarisce - che ha saputo coniugare turismo e agroalimentare grazie all’intervento delle istituzioni, e lo ha fatto in modo sorprendente. In Puglia si è lavorato sodo per costruire e per comunicare un’immagine basata sui vitigni autoctoni e sulle produzioni locali. Per me è un sistema che non potrà cadere in errore”. Chi deve rimboccarsi nuovamente al momento le maniche, nonostante rimanga un marchio geografico e culturale forte e conosciuto oramai nel mondo, è la Sicilia. “Ha fatto già tanto – riconosce Campanile -. Ha conquistato centralità nel mercato globale, ha saputo cogliere il trend ma adesso si ritrova un’identità che deve essere riscattata. Ha lasciato troppo spazio ai vitigni internazionali. Nella regione sono pochissime le aziende che lavorano oggi solo con vitigni autoctoni. Il caso Etna è solo la punta di diamante, poca cosa rispetto alla grandezza del territorio siciliano”. Dopo avere scandagliato nel bicchiere tutte le espressioni dei terroir meridionali, Campanile ci predice anche il futuro del Sud, lo vede a tinte rosse: quelle dell’Aglianico, del Primitivo e del Gaglioppo.

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