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Pubblicato in Vini e territori il 14 Novembre2017

Claude Giraud, proprietario dell’azienda Henri Giraud ha portato sul Vulcano, nell'azienda di Salvo Foti, alcuni dei suoi prodotti di punta. E ha presentato le novità


(Guillame Jourdan, Claude Giraud e Salvo Foti)

di Federica Genovese, Milo (Catania) 

La musicalità della lingua francese ingentilisce persino quelle parole dai significati poco garbati. Colloquiare nella più elegante delle parlate neolatine, era per l’aristocratico italiano ostentazione del proprio status.

“L’Italia bene" stava sempre col naso all’insù, ad osservare la Francia con cui frequenti erano i rapporti e gli scambi commerciali. Dall’abbigliamento alla cucina, tutto si plasmava sul modello francese. I cuochi vennero in Sicilia ribattezzati Monsù, a ricalcare Monsier. La regione dello Champagne, patria di un vino equiparabile per colore e valore al metallo aureo, pur rimanendo salda nel suo nazionalismo, ammette che il territorio dell’Etna è un degno concorrente. Claude Giraud, proprietario dell’azienda Henri Giraud, non padroneggia la nostra lingua, e forse ci tiene pure a raccontare del suo champagne con tracce di dialetto d’oil.  L’eccellenza ha scelto l’eccellenza. Claude celebra il “Palmento Caselle”, scegliendo la dimora di Salvo Foti, noto enologo, per promuovere il suo prodotto in Sicilia. Un’azienda storica, I Vigneri piuttosto che altra, ambientazione per la presentazione del suo brand, perché la cantina ed il vigneto sono i luoghi della sua famiglia dal 1625. 


(Claude Giraud e Guillame Jourdan)

Cloude si racconta ma vuole che Salvo faccia altrettanto, mentre visitiamo il vigneto. L’enologo tasta la terra vulcanica mentre spiega quali sono le caratteristiche, in termini chimici, che questo territorio apporta al vino: tratti irriproducibili altrove. Guillame Jourdan, responsabile marketing e comunicazione di Champagne Henri Giraud, traduce benissimo per noi tutto il sentire del patron in merito alle etichette che ci hanno riservato, puntualizzando, quando chiedo se di biologico si tratta, che la esatta definizione è “vino naturale”, non solo in riferimento all’assenza di pesticidi e trattamenti chimici, ma soprattutto alla filosofia con cui si produce. “Non biologico né biodinamico, ma proprio, come qui da Salvo Foti, facciamo il vino che vogliamo fare, e tutto questo lo assaporerete nella nostra migliore etichetta, Aragonne 2008, che è il grande vino della casa Henri Giraud, una grande esperienza che vi regaleremo in questa giornata”, dice Claude.

L’etichetta che inaugura l’itinerario dello champagne sull’Etna è “Esprit Nature”, che è simbolo della svolta nei processi di vinificazione attuata nel 2016, in virtù della quale si abbandona definitivamente l’uso dell’acciaio a favore di barrique ed anfore di terracotta.


(Claude Giraud)

Il Fût en Chêne MV10 è prodotto utilizzando uve provenienti esclusivamente dal villaggio Grand Cru di Ay. Qui chiedo a Guillame dettagli quanto più approfonditi: “In Francia abbiamo la fortuna di avere sempre una buona annata, questo perché se qualche anno la produzione è un po’ sottotono, si provvede con un assemblage di annate. Per fare un brut come Esprit Natur possiamo mixare 3/4 annate diverse. Il Fût en Chêne MV10 contiene 7 diverse annate, questo conferisce al vino una struttura ed una complessità inarrivabili altrimenti. E’ un lavoro molto complesso, perché per creare uno stock del vino di 10 anni prima è necessario un grosso investimento economico – dice Guillame -  Lo Chef de cave deve conoscere benissimo lo stile della casa per formulare l’assemblage perfetto”.

Con in mano i calici di Fût en Chêne MV10, e le suole che calpestano le terre del Palmento caselle, ci avviamo alla zona dedicata al pranzo, dove Claude ci presenta con orgoglio la sua punta di diamante, Argonne 2008. Qui si esalta nella descrizione della forte connessione tra i suoi vini ed il territorio in cui nascono. In prima battuta però, precisa che poter avere sei bottiglie in unica occasione è una vera rarità, ne sono state prodotte solo 4.000. Stappata la prima bottiglia, arriviamo finalmente al cuore dell’incontro:  “Quando ho ereditato la gestione dell’azienda – racconta Claude - ho subito chiarito il mio obiettivo, fare del mio vino l’eccellenza, non un semplice vino con bollicine. Mio padre ha sempre lavorato concentrandosi molto sui vigneti, io voglio ora puntare sulla vinificazione”. 

Il focus si sposta così sulla foresta, luogo da cui proviene il legno usato per costruire le botti. “Ho deciso di lavorare con la vicina foresta di Aragon – spiega - L’elemento più importante da valutare approcciandosi alla foresta è il tempo; mentre i vigneti producono ogni anno, per produrre una barrique serve un albero con 200 anni di vita, questo rappresenta il problema più importante. Ogni anno il legno è diverso, per comprenderne le sfumature bisogna recuperare un’antica conoscenza ed un rapporto che è andato perduto. Questo è il vero punto di eccellenza, perché ogni anno va abbinato il millesimo di una data uva con le caratteristiche di uno specifico legno. Il vino Argonne è per noi il più importante perché racchiude il rispetto rinnovato per l’omonima foresta. E' per me il primo grande reincontro tra il mio vino e la mia foresta. L’estrema attenzione al legno impiegato non va fraintesa come carenza qualitativa del vino, ma in entrambi i casi, vigna e foresta, si completano e concorrono a creare l’eccellenza, e la natura viene rispettata con il puntuale trapianto di nuovi alberi”.

Con i piatti a base di carne degustiamo Dame Jané Brut Rosé, l’ultima cuvée di Champagne Henri Giraud. Il vino nasce dalla cuvée Hommage a Francois Hémart a cui si aggiunge un 6% di Pinot Nero vinificato in rosso in anfore da vigne di oltre 70 anni nel Grand Cru di Ay. Anche qui Claude Giraud non riesce a nascondere un grande orgoglio, riporta ironicamente la nostra attenzione sulla grafica dell’etichetta dove col nome scomposto del recipiente (damigiana) Dame Jané e con l’immagine si allude ad un ideale corpo di donna.  Il finale è ovviamente lieto con lo sposalizio tra (Ma)Dame Jané ed il cannolo alla ricotta.

 

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