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Pubblicato in Vini e territori il 02 Settembre 2015
di C.d.G.

Carlo Zucchetti, giornalista eno-gastronomico, è un grande appassionato ed esperto di vini vulcanici. Per noi ha seguito la degustazione di 11 etichette che si è svolta domenica scorsa a ViniMilo.

di Carlo Zucchetti

L’occasione è la 35esima edizione di ViniMilo, tappa Siciliana di Volcanic Wines Etna 2015, dove basta alzare di poco lo sguardo per vedere il vulcano attivo e fumante. Ospiti dell’Azienda Barone di Villagrande, dove abbiamo preso parte alla degustazione di undici vini provenienti dai suoli vulcanici di tutta Italia.
Sul finire di questa ultima domenica di agosto, ricerchiamo nel bicchiere, quel fil ruoge che ha animato fin dall’inizio tutti i ragionamenti che hanno dato vita alla manifestazione Volcanic Wines. L’idea che ad accomunare i vini provenienti da suoli vulcanici vi siano di base caratteristiche comuni rintracciabili nei vini e nei vitigni in essi prodotti.

Brecce vulcaniche, basalti, lapilli, trachiti comuni a questi territori, donano alle viti che vi si allevano la possibilità di offrire frutti che producano vini con acidità, mineralità, sapidità importanti, adatti ad essere longevi.
Ad aiutarci a ragionare su questi temi ci sono Aldo Lorenzoni - direttore del Consorzio del Soave, Salvo Foti – vignaiolo ed enologo tra i più grandi conoscitori dell’Etna, Franco Zanovello – produttore dell’Azienda Ca’ Lustra dei Colli Euganei e i padroni di casa: Marco Nicolosi Asmundo - dell’Azienda Barone di Villagrande e l’enologo Giuseppe Parlavecchio dell’azienda Pietradolce.

Tra gli undici vini in degustazione il Colli Euganei Manzoni bianco 2009 di Ca’ Lustra, che con la sua ancora importante sapidità ed equilibrio apre la strada al Durello Superiore dei Monti Lessini 2008 di Sandro De Bruno. Quest’ultimo condivide con il Soave Terre di Terrarossa 2007 della stessa azienda la mineralità, molto presente in entrambi. Nel durello si trasforma in un fiore che tende al velluto, per il soave una spalla fresca ed acida ancora molto verde. Il quarto vino ci porta su un’altra isola, siamo in Sardegna a Mogoro, dall’omonima cantina abbiamo un vitigno autoctono.

Lontano dai precedenti autoctoni Durello e la Garganega, non solo come spazio, il Semidano del Puisteris 2010 si presenta con un volto più assertivo, arriva più diretto nella sua spezia con meno fiore, dal carattere più franco sostenuto da una forte acidità, bilanciante il passaggio in legno. Il Soave Superiore Classico di Montetondo Foscarin Slavinus 2003, segna il confine tra l’ultimo bianco fermo e il primo rosso, testimoniando ancora la forte eleganza, pur in presenza di una evidente nota ossidativa, nel bicchiere. I padroni di casa ci presentano la DOC Etna Rosso 2010. Marco Nicolosi, giovane produttore ci parla del suo Nerello Mascalese. Ci appare rustico, grintoso nei suoi tannini secchi e di buona persistenza in bocca. L’Etna rosso Archineri 2010 di Pietradolce tira fuori la potenza del dattero e del fico secco, con una leggera ossidazione. Il Nerello Mascalese 2006 di Masseria Settoporte è il più maturo al naso, con una definita ossidazione, trama molto fitta che tende alla marmellata di sambuco.

Con il nono vino arriviamo in Tuscia al Montepulciano Soremidio 2006 della Tenuta Sant’Isidoro, di spalla forte mantiene i sentori propri del vitigno regalando ancora un gran frutto, una nervatura acida, con una leggera “sovraimpressione” legnosa. Dalla Tuscia ci lasciamo trasportare dal Ciliegiolo San Lorenzo 2004 di Sassotondo nella Maremma Toscana, a Pitigliano. Ci accorgiamo subito al naso di una importante riduzione, ma in bocca ci ridona acidità, sangue e corpo. Il Durello Spumante Monti Lessini AR 2004 di Marcato, nel suo essere esile, elegante e al tempo stesso nel pieno della sua maturità organolettica chiude la degustazione dando la possibilità a Salvo Foti di ragionare sul termine inflazionato, bistrattato e dirimente: mineralità.
 
“I terreni vulcanici hanno questa capacità che da un punto di vista chimico viene chiamata potere tampone, qualcuno l’ha definita mineralità. Semplificando e per capire meglio è quell’effetto che si produce aggiungendo il sale su una fetta di limone. Il primo impatto è dato dall’acidità e può essere aggressivo, poi subentra la salinità. Il sale tampona l’acidità portando una dolcezza contenitiva e si traduce in uno stimolo profondo e lungo per le papille gustative”, dice Foti.

Crediamo che occasioni come questa degustazione asseverino il progetto di Volcanic Wines. Il ragionare sui Terroir, sui vitigni “storici”, sulla longevità, sull’incredibile fascino delle, pur differenti, terre vulcaniche. 

ALCUNE IMMAGINI DELLA DEGUSTAZIONE


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