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Vivere di vino

Graziana Grassini, “Lady Sassicaia”: la Toscana punti su vini più immediati

14 Maggio 2012

Una chiacchierata con la donna che porta avanti un mito.

Graziana Grassini (nella foto), ovvero Lady Sassicaia, l’enologa che affianca dal 2009 il marchese Nicolò Incisa della Rocchetta, ci racconta la sua missione a Tenuta San Guido nel prendersi cura del vino toscano che continua a fare storia a tutte le latitudini del mondo. Un ruolo che, come lei stessa dice “non la fa dormire neanche la notte” e che le fa sentire addosso tutta la responsabilità dell’eredità laciatale dal creatore del Bolgheri Sassicaia Giacomo Tachis,  sfida con cui però ama confrontarsi ogni giorno. Consulente anche di prestigiosissime cantine in varie regioni d’Italia ci espone il suo punto di vista su trend, evoluzione dei gusti e orizzonti verso cui si muove l’enologia.
 
Come ci si sente ad essere l’enologo del Sassicaia?
“Con dei “sani” timori, perché bisogna mantenere gli altissimi livelli che lo caratterizzano. Bisogna cercare sempre di fare in modo di preservarne il prestigio non deludendo il mercato. Si lavora con un senso di responsabiltà fortissimo. Diciamo che ci vuole tanto coraggio. Ma sono donna, e una donna ha le giuste qualità per reggere questa sfida, anche se non mi fa dormire la notte. Tengo però a precisare che io assisto solo, è il vino che firma sé stesso, e tutti nell’azienda assieme al marchese lavoriamo per mantenerne il valore”.

Il suo rapporto con il Marchese Incisa della Rocchetta?
Formiano una squadra. Siamo in sintonia, non facciamo altro che confrontarci, sempre.

Lei è l’erede di Tachis, come è nata la collaborazione?
“Per me era “il maestro”. La nostra amicizia professionale è nata quando io ero enologa alle prime armi e tutto partì da un vino bianco in purezza che stavo facendo presso una cantina dove allora lavoravo. Volevo farglielo assaggiare, lui era una leggenda, mi armai di coraggio e glielo portai. Mi ricordo che Tachis lo sottopose prima al giudizio della moglie, quando vide che ne rimase entusiasta lui stesso lo assaggiò. Da quel momento mi riservò stima e fiducia, tanto che cominciò a fare il mio nome alle cantine. Per me fu una cosa disarmante, così giovane essere apprezzata da un uomo della sua portata. Mi ha dato spinta e coraggio”.

Il segreto di questo vino?
“Il terroir. Semplicemente è quel vino che nasce in quella zona. Alla fine non è altro che un vino che viene da sé”.

Ricorda la prima volta che lo ha assaggiato?
“Si, volevo capire cosa avesse di così tanto particolare e perché fosse considerato un mito”. 

E che idea si fece?
“Che avevo davanti davvero un mito. L’ho scoperto subito, al primo assaggio. Immediata la sua grandiosità e la sua eleganza. Per me il Sassicaia è donna. Un vino femminile, un abito da gran galà, un gioiello”.

Cosa pensa della Toscana del vino?
“Ha grandi potenzialità soprattutto dal punto di vista delle uve. La Toscana rimane una delle regioni più importanti del vino ma noi enologi dovremmo metterci al passo con i tempi. Bisogna cercare di lavorare bene nel vigneto e in cantina, dove non si deve arrivare a gradazioni elevate e fare invece vini più facili da bere”.
 
Cosa pensa del sistema dei punteggi e delle guide, dato che in causa è chiamato il vostro lavoro? 
“Diciamo che ci siamo dati al livello internazionale dei parametri oggettivi, e va bene seguire quelli, alla fine dobbiamo fare il vino che piace al mercato, al di là dei voti di Parker o delle guide che comunque rimane un sistema di giudizio importante. Non dobbiamo certo pensare a fare i vini solo per i concorsi, non devono essere l’unica “ragion d’essere” anche se a me piace competere, lo trovo divertente”.
 
Lei fa consulenza in Puglia per Alberto Longo e Agricola Vallone. E’ la regione rivelazione di questi ultimi tempi?
“E’ molto grande e molto diversificata. Il Salento ha le potenzialità superiori. Ma la Daunia penso possa essere il fenomeno enologico del domani. Lì si può fare viticoltura di qualità. Penso a quello che ha fatto Longo che ha ottenuto grandi rossi, il primo a capire il valore produttivo di questa zona”.  

Se dovesse fare una classifica delle regioni del vino più talentuose chi metterebbe in testa?
“Il Trentino Alto Adige. Per me rimane la regione enologica più avanzata, dal punto di vista viticolo e anche tecnologico in cantina. Ha fatto tantissimo in questi anni. Sono fortissimi e non oso immaginare cosa potrebbero fare ancora”.

Autoctoni o internazionali?
“Il mio amore, dichiarato, è il Syrah. Non me lo dovete toccare. Amo anche il Cabernet Sauvignon e il Merlot. E’ importante comunque investire sui varietali autoctoni e su quelli storici, personalizzano di più l’azienda e poi condivido il recupero dei vitgini antichi, l’Italia nella competizione mondiale può vincere con questi”.

La carta vincente per una cantina può essere anche l’utilizzo del lievito indigeno?
“Sì. Apprezzo per esempio il lavoro che ha fatto Daniele Oliva all’Istituto della Vite e del Vino in Sicilia con la selezione dei cloni nei palmenti. Certe scelte biotecnologiche incidono decisamente sul vino, sulla sua personalità. Penso che la cantina debba usare un lievito del luogo, anche selezionato, o i lieviti naturali delle proprie uve”.

Come vede il futuro del vino?
“Roseo, positivo e bello se i produttori saranno attenti a fare il vino che vuole il mercato e che sia al massimo espressione del territorio senza alcuna standardizzazione del gusto, facendo molta attenzione ai prezzi”.

Il suo vino del cuore?
“Il Turriga di Argiolas e poi il Sassicaia, perché lui un posto privilegiato nel mio cuore lo ha sempre avuto”.

M.L.