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Pubblicato in La manifestazione il 19 Aprile2017

di Michele Pizzillo

Se si fosse trattato del tradizionale Cibus, il salone dell’alimentazione che a cadenza biennale (in programma dal 7 al 10 maggio 2018) organizza Fiere di Parma, dal punto di vista mediatico sarebbe una notizia di routine. 

Siccome Cibus Connect si è dimostrata quella fiera originale che il “motore” di Cibus, Antonio Cellie aveva delineato nella sua mente quando ha cominciato a lavorarci per la realizzazione, beh, è proprio il caso di parlarne, a conclusione della manifestazione, elencando i fattori che ne hanno deciso il successo. Primo, la durata, solo due giorni, con la partecipazione di 400 aziende espositrici – praticamente ad invito, perché gli organizzatori non ne volevano di più -, 1.000 buyer esteri, 10.000 operatori, stand preallestiti, show cooking dove le aziende hanno presentato i loro prodotti, ma ben separati dagli stand. Insomma, un mix di esposizione, workshop e business matching che può funzionare, dicono gli operatori che “alla cieca” hanno accettato l’invito di Fiere di Parma a partecipare alla manifestazione. Infatti, “Cibus Connect è stata una sorpresa positiva – ha dichiarato Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo – Il nostro stand ha registrato una buona presenza di buyer, sia italiani che stranieri ed abbiamo presentato i nostri prodotti congelati, dedicati soprattutto all’export”. Aggiunge Nicola Levoni, presidente dell’azienda di famiglia: “La dislocazione separata di stand e show cooking è molto innovativa e ci ha permesso di ampliare la comunicazione alla clientela. Molto utile anche il pratico stand preallestito”. “E’ stata una manifestazione snella e abbina l’agilità di una manifestazione che dura due giorni con una immediatezza ed una efficacia rara in termini di costi di struttura”, ha sottolineato Francesco Mutti, Ceo di Mutti. 

Cibus Connect è stato anche una palestra per discutere dei problemi più importanti del settore agroalimentare italiano, in particolare con il Forum internazionale su “Posizionamento del Made in Italy alimentare nell’evoluzione internazionale dei consumi”, organizzato da Fiere di Parma e TEHAmbrosetti. Con risultati che si possono sintetizzare con le dichiarazioni del vice ministro delle politiche agricole, Andrea Olivero, che ha invitato tutti gli attori a fare la propria parte e a dare un contributo per il potenziamento dell’export agroalimentare: il Governo favorendo e facilitando l’accesso ai mercati e vigilando nel contempo sulla autenticità dei prodotti; gli imprenditori facendo massa critica e insieme promuovendo strategie comuni di crescita che possano trovare un valido strumento nelle denominazioni Dop e Igt, che al meglio rappresentano il valore aggiunto che i nostri prodotti traggono dagli imprescindibili legami con i territori di origine”.

Ambrosetti, però, ha presentato anche la ricerca  “Sostenere la crescita di lungo periodo e l’internazionalizzazione delle imprese del settore food & beverage in Italia”. “In questo rapporto sono evidenziate le forze e le debolezze del food made in Italy anche dal punto di vista degli oltre 200 retailer internazionali intervistati per questa occasione – ha detto Valerio De Molli, Ceo di The European House Ambrosetti -. Il comparto alimentare italiano ha dimostrato una straordinaria resistenza alla crisi avendo fatto crescere di oltre il 13% il fatturato aggregato negli ultimi 15 anni, a fronte di un crollo della produzione industriale manifatturiera di 25 punti percentuali”. Aspetto, questo, sottolineato dal presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia, che organizza Cibus insieme a Fiere di Parma: “A Cibus Connect le imprese hanno partecipato per illustrare cosa differenzia il sistema produttivo italiano rispetto a tutti gli altri Paesi. L’industria alimentare ha imboccato con decisione la strada della innovazione e della sostenibilità”. E, anche della trasparenza, ha aggiunto Armando de Nigris presidente del Gruppo Acetifici De Nigris: “Dobbiamo lavorare per favorire la trasparenza di comunicazione nella categoria. Perché l’esperienza di un’azienda diventi un valore a sé e venga comunicata al consumatore finale correttamente, occorre condividere con il trade le linee di comunicazione. Questa è responsabilità sociale e rispetto nei confronti del trade e indirettamente dei consumatori”.

A questo punto interviene l’amministratore delegato di Conad, Francesco Pugliese, per sottolineare come “Grande distribuzione debba assumere un ruolo sociale ed agire da collante tra il prodotto ed il consumatore. E il prodotto deve andare sempre più verso la natura, l’ambiente, essere fair trade, riciclabile e di basso impatto ambientale”. Problemi discussi anche nel corso del workshop organizzato da Gdo Week e Mark Up, finalizzato ad analizzare la responsabilità di essere impresa che, aldilà dei bilanci sociali, è tempo che entri nel Dna delle imprese, diventandone coscienza sociale. In questo contesto, si è parlato di Sud, partendo dal presupposto che, per il nostro Paese, il Meridione può e deve diventare una risorsa importante, le imprese devono tornare ad investire, ma nel modo giusto. Responsabilità per chi opera nella filiera del consumo, dalle aziende dell’agroalimentare a quelle della distribuzione, significa anche educazione alimentare: quanto possono (e devono) incidere le aziende della filiera del consumo per aiutare gli italiani a nutrirsi meglio? Insomma, una fiera originale (sarà ripetuta) ma anche un laboratorio di idee che non ha tralasciato nulla, visto che Agrifood Monitor, Nomisma e Crif, hanno organizzato un workshop sul rischio Brexit per l’export dei salumi italiani; e The Progressive Grocer ha portato all’attenzione degli operatori i problemi del mercato USA, dove i rivenditori di prodotti alimentari gourmet devono affrontare una concorrenza più spietata che mai da tutti i canali di vendita al dettaglio: tutti i rivenditori, qualsiasi siano i loro volumi di vendita, hanno bisogno di differenziarsi. 

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