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Pubblicato in Numero 127 del 20/08/2009 il 19 Agosto 2009
di Redazione

VIVERE DI VINO

Salvatore Murana fa vino a Pantelleria da sei generazioni. Che futuro c’è per il prodotto principe dell’isola? “Non si faranno più grandi numeri ma grandi bottiglie e non ci sarà più spazio per i piccoli contadini-artigiani”

Passito prossimo

Quando l’amore smisurato verso una terra difficile quanto ricca si coniuga al vino, nascono dei prodotti che sono speciali. Salvatore Murana produce vini a Pantelleria da sei generazioni. Non solo è un grande appassionato dell’isola, ma anche un profondo conoscitore delle sue potenzialità.

La sua immensa devozione per questa terra si percepisce immediatamente fermandosi a parlare per qualche istante con lui. Poi, soffermandosi a degustare i suoi vini passiti ci si accorge che il suo lavoro di vignaiolo è una continua dichiarazione d’amore all’isola. Ed è proprio tra i filari carichi di grappoli e un leggero vento di scirocco che si sofferma a parlare del prodotto principe dell’isola, un vino passito che di Pantelleria racconta il fascino e i profumi.
 
Cosa deve possedere un passito per essere degno di questo nome?
“Il vino dolce di Pantelleria è caratterizzato da una maturazione che avviene attraverso il calore. Ciò significa che deve essere la massima espressione del calore stesso. Innanzitutto, il colore non deve essere ingannevole ma proporzionato alla robustezza del vino. La sua dolcezza non deve essere eccessiva, inoltre la persistenza deve essere valutata a bicchiere vuoto, più i profumi sono forti, più imponente è il vino”.
 
Cosa ne pensa delle discussioni che ci sono state sulla possibilità di imbottigliare il passito di Pantelleria al di fuori dell’isola?
“L’imbottigliamento del vino sull’isola è un doppio vantaggio per i produttori e anche per i consumatori. In primo luogo in termini economici, poi anche d’immagine, poiché conferisce valore aggiunto al territorio. D’altra parte credo che questo vino non porti solo il nome dell’isola ma anche tutto ciò che vive qui. I nostri cugini d’Oltralpe hanno capito che del territorio devono fare risorsa preziosa, noi italiani non molto”.
 
Quali sono i rischi che si corrono?
“Il vino è la conseguenza del territorio e dunque imbottigliando al di fuori di Pantelleria le tentazioni diventano forti… Bisogna evitare quanto accaduto finora, ovvero che il passito isolano venga utilizzato come serbatoio di profumi e corpo di molti vini prodotti altrove. Pantelleria sta ancora pagando il pedaggio per questo motivo”.
 
Cosa ne pensa degli innumerevoli passiti artigianali e contadini che si possono trovare sull’isola?
“Credo che il gusto sia conforme alla rozzezza dell’intelletto, chi viene in vacanza qui sceglie cosa comprare ed il grado della piacevolezza di ciò che acquista”.
 
Quale sarà secondo lei il futuro di questo vino?
“La crisi di questo periodo avrà i suoi effetti sul prodotto in modo positivo e diventerà molto più difficile in termini economici produrre vino. Non si penserà più a questa terra come base produttiva di “essenze”. Si prediligerà la produzione di “bottiglie-scrigno” per contenere non soltanto vino, ma sangue e sudore di questa terra. Non credo che vi sarà ancora spazio per grandi produzioni, così come per i piccoli contadini- artigiani. Non si faranno più grandi numeri, ma grandi bottiglie. Pertanto tutto ciò si può sintetizzare dicendo che il futuro vitivinicolo del passito di Pantelleria è uno ‘sport da ricchi per ricchi’”. 
 
Quali saranno i nuovi produttori di passito?
“Certamente non i panteschi, ma gente di fuori, vi sarà una nuova categoria di vignaioli formata da vacanzieri residenziali e non più ‘vignaioli del fine settimana’. D’altra parte è la gente del nord ad aver salvato quest’isola, anzi è l’isola stessa ad essersi salvata dai violenti attacchi esterni fallimentari soprattutto in ambito edilizio”.

Come descriverebbe i suoi prodotti?
“Da quando produco vino mi sono accorto che le mie bottiglie sono diventate testimoni del territorio, esse non appartengono più a me ma sono specchio di tutta la comunità pantesca”. 
 
E il suo famosissimo Creato annata ’76?
“Ogni anno riprovo a rifarlo, non sempre i vini però rispondono dei propri sforzi. Le prime annate che ho prodotto sono state le più longeve e continuano a far sperare molto bene, il Creato è un vino che può invecchiare 60 anni ed io so che le mie bottiglie continueranno a vivere molto a lungo, quando io non ci sarò più. Questi vini sono assolutamente senza tempo”.

Laura Di Trapani


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