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Pubblicato in Numero 35 del 15/11/2007 il 15 Novembre 2007
di Emanuele Di Bella
    VIVERE DIVINO


peter-dipoli.jpgLa passione per questo vitigno raccontata da Peter Dipoli, figura di riferimento a livello nazionale ed internazionale, produttore e organizzatore di eventi e numerose degustazioni a tema

I love Pinot Nero

Il Pinot Noir, o Pinot Nero in Italia, è un vitigno capace di regalare agli appassionati vini emozione, toccanti, vini potenti e lievi, di raffinatissima eleganza. I grappoli sono molto piccoli, gli acini fitti e dalla buccia sottile, per questo poveri di tannini e agenti coloranti.
È tra i vitigni più antichi del mondo, il suo curriculum eccellente: la sua zona originaria è la Borgogna dove è stato coltivato in epoca romana, poi dai monaci. Si ha traccia scritta dei sistemi d’allevamento e della vinificazione sin dal 1300. Le denominazioni di origine (o appellazioni) più famose sono Chambertin, Musigny, Pommard e Volnay, la tenuta più famosa La Domaine de La Romanée-Conti.
Ma il Pinot Nero ha trovato diffusione anche in altre parti del mondo: Alsazia, Germania, dove è chiamato anche Blau-Burgunder o Spätburgunder, e naturalmente anche l’Italia, tra cui la Toscana, il Piemonte, e soprattutto l’Alto Adige.
Abbiamo cercato di affrontare l’argomento “Pinot Nero” con Peter Dipoli, una figura di riferimento a livello nazionale ed internazionale. Viticoltore, distributore, comunicatore, viaggiatore, organizzatore di numerose degustazioni a tema – vale la pena di citare gli eventi “Blauburgundertage” (giornate del Pinot Nero) o “Rieslingtage” (giornate del Riesling) – Peter ci è sembrato la persona migliore per acquisire una visione chiara e sintetica di questo celebre vitigno. Al primo contatto telefonico per chiedere di questa possibilità, abbiamo ricevuto un rimprovero: “Non si può parlare al telefono del Pinot Nero!”. Fortunatamente eravamo in zona per l’International Merano Wine Festival, che peraltro aveva organizzato per lunedì 12 novembre un incredibile banco assaggio con 27 Grand Cru e Premier Cru di Borgogna, così è stato tutto più facile. 
pinot_nero2.jpgPeter, quando arriva il Pinot Nero in Italia?
“Arriva a metà dell’800. Edmund Mach, direttore dell'istituto di viticoltura di San Michele all’Adige lo cita in uno dei suoi libri ‘La viticoltura e i vini del Tirolo tedesco’. Si ritiene comunque che il primo ad impiantarlo sia stato Lunelli. Il Pinot Nero è stato impiantato anche in Toscana e nell’Oltrepò Pavese. Più recente in zone come la Franciacorta e in Piemonte, nelle zone del Barolo e Barbaresco, con ottimi risultati”.
C’è qualcosa che accomuna il Pinot Nero di queste zone?
“Diciamo che il Pinot Nero è un vitigno molto particolare, difficilissimo da lavorare. In passato veniva espiantato perché dava molti problemi. Quindi per parlare di Pinot Nero dobbiamo affrontare due temi, due nodi principali. Il valore genetico e l’aspetto climatico”.
 Iniziamo dal fattore climatico.
 “Il fattore climatico è fondamentale, per importanza precede tutti gli altri. Il Pinot Nero è il frutto di una lunga evoluzione storica. Nel trattare un vitigno un viticoltore dovrebbe chiedersi con molta modestia dove esso si trova bene, rispettare le sue esigenze. In Francia questo lavoro di selezione si è fatto bene; in Italia abbiamo iniziato anche noi, ma dovremmo cercare di fare di più. Il Pinot Nero è cresciuto in zone molto fredde e dalle condizioni rigorose, e in quelle deve trovarsi per avere qualità. Lo definirei un ‘vitigno climatico’. Qui in Alto Adige ci sono circa 350 ettari, quasi tutti in terreni scoscesi. I nostri viticoltori sanno bene che questo non è un vitigno da pianura. Se le condizioni climatiche non sono adatte i risultati sono deludenti, grossolani, banalmente semplici”.
E per quanto riguarda il corredo genetico?
“Il Pinot Nero dispone di un corredo genetico particolare, nobile. Sono pochi i vitigni che possono competere con lui. Bisogna accettare il fatto che non tutti i vitigni hanno un valore genetico speciale. Ma attenzione, non mi si fraintenda, non intendo annullare o negare valore ad altri vitigni. Dico che bisogna sostenere queste qualità aggiuntive, insediarle nei posti giusti”.
Anche i singoli cloni sono importanti?
“No, il clone non è essenziale, non è questo il punto. Bisogna lavorare sul proprio fazzoletto di terra con impegno e pazienza. Volendo tirare le somme, in Alto Adige il Pinot Nero produce del vino di qualità perché ha trovato le condizioni migliori per le sue qualità genetiche”.
Quali sono le caratteristiche giuste del Pinot Nero?
“Classe, nobiltà, eleganza, bevibilità”.
C’è qualcuno che lo produce in biodinamico?
“Sì, ci sono, ma non ritengo questo punto importante. Quando si va a ristorante si chiede un buon vino, non qualcosa di ‘biodinamico’. Su questo aspetto sono piuttosto scettico anche se non contrario. La tecnologia c’è e va usata. Sembra quasi che molti puntino più a vendere il ‘metodo’ biodinamico, piuttosto che il vino stesso”.
Quali ritiene i produttori migliori?
“Personalmente mi piace moltissimo Gottardi, è sicuramente tra i migliori. Poi c’è Haas, che ha fatto un gran lavoro con il Pinot Nero, e anche Stroblhof. Haderburg mi piace pure, ma non è costante, ma in fondo non lo è nemmeno in Pinot Nero. C’è anche un produttore piemontese che mi piace moltissimo. Ogni anno mi occupo di una manifestazione interamente dedicata al Pinot Nero, la ‘Blauburgundertage’. Ci sono in degustazione Pinot Neri da tutta Italia. I risultati li mettiamo on-line su www.blauburgunder.it. Ci sono anche informazioni storiche e tanto altro materiale”.
Peter, per chiudere, c’è qualcosa in Sicilia che le piace molto?
“Certo. Mi piacciono alcuni vini dell’Etna, dei nerello. Ma quello che ritengo grande valore e ormai perduto è però il Marsala. È qualcosa di davvero particolare, speciale, ma non è più compreso. Penso a quelle bottiglie invecchiate, uniche, ormai perdute”.


Francesco Pensovecchio


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