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Pubblicato in L'intervento il 04 Gennaio 2021
di Giorgio Vaiana

di Daniele Cernilli, DoctorWine

Nel momento del passaggio dall’anno vecchio, complicato e terribile, a quello nuovo, dove problemi e speranze si profilano all’orizzonte, vorrei proporvi alcune considerazioni, che ci riportano al nostro amato mondo del vino.

Dopo l’uscita delle guide, dei reportage sull’annata 2016 del Brunello che da molte parti si sono realizzati, ci sono state prese di posizione da parte di una serie di lettori e di molti appassionati che hanno lamentato che nelle varie classifiche c’erano sempre i “soliti nomi” e che c’è stato “poco di nuovo”. Ciò che è vecchio, conosciuto, ripetuto, sarebbe “male”, mentre ciò che è nuovo, ancora poco noto, è più interessante e frutto di ricerche sul campo. Giornalisticamente non fa una piega. Le notizie devono essere sempre nuove, “croccanti” e non “bollite” come si usa dire in gergo. Però “vecchio” non vuol dire solo “sorpassato”, “noioso”, “inutile”. Sotto la categoria del “vecchio” ci sono i classici della musica, dell’arte, della letteratura, e anche del vino. C’è la “tradizione”, che vuol dire proprio trasportare nel presente e nel futuro ciò che di buono c’è stato nel passato. Non voglio dire che tutto ciò sia sempre e comunque preferibile, ma solo che non si può bollare come connotazione negativa e basta.

Qualche volta colgo intenti iconoclasti in questo atteggiamento. Critiche feroci a vini che hanno fatto la storia dell’enologia italiana, dal Sassicaia al San Leonardo, dai Barbaresco di Gaja ad alcuni Barolo a suo tempo “innovativi”, che riceverebbero ancora consensi dalla critica solo perché famosi e solo perché la semplice visione dell’etichetta condizionerebbe il giudizio. Invece il nuovo produttore che magari ha azzeccato un’annata, magari in una zona vinicola meno main stream, sarebbe il nuovo che avanza e dovrebbe essere portato sugli scudi. Nella mia decennale carriera mi è capitato molte volte di scoprire nuovi protagonisti. Ricordo solo che quando tanti anni fa, quando ancora ero il responsabile della guida del Gambero Rosso e di Slow Food (e sono passati dieci anni da quando mi dimisi) scoprimmo cantine come quelle di Elio Altare, di Paolo De Marchi, di Marco Caprai, di Peter Pliger, di Sabino Loffredo, di Elena Fucci, di Gianfranco Fino, solo per fare qualche esempio, tutti loro erano alle prime armi e le critiche ci arrivarono pesantissime proprio perché sottovalutavamo, secondo molti, il ruolo dei produttori “storici”. Poi sono diventati famosi in mezzo mondo e allora non fecero più parte del “nuovo” e ci beccammo gli strali di chi diceva che premiavamo sempre i “soliti noti”. Una vecchia storia, come le pietre di Antoine.

Continuiamo anche su DoctorWine a provare a scoprire nuovi talenti. Non credo che cantine come Macondo o Bulichella siano proprio conosciutissime, e ve ne cito due che hanno ottenuto punteggi altissimi sulla nostra Guida Essenziale. E ce ne sono tanti altri, da Abraham a Weger in Alto Adige, da Soddu a Esu in Sardegna, da Cianciulli a Fiorentino in Campania. Cantine e viticoltori che stanno progredendo in modo esponenziale, che propongono vini territoriali, affidabili, non eccessivamente costosi. Perché il “nuovo” dev’essere anche tutto questo, e non basta fare un vino particolarmente centrato una tantum per proporlo a lettori e appassionati. D’altro canto restano come punti di riferimento moltissime aziende “classiche”, “vecchie”, che continuano a proporre vini fantastici con continuità, e che si fanno amare non solo per l’etichetta famosa o iconica, ma perché sono buoni, e chi li apprezza - molte persone in giro per il mondo - non è solo un povero sprovveduto.

doctorwine.it

 

 


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