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Pubblicato in Numero 51 del 06/03/2008 il 06 Marzo 2008
di Emanuele Di Bella
    L’INCHIESTA

Secondo gli esperti è preferibile consumare quelli di dimensioni più ridotte, dove gli agenti sarde_inchiesta_hp.jpginquinanti si accumulano più difficilmente. Allarme per la presenza di mercurio

La riscossa
dei pesci piccoli

Sarà capitato a tutti almeno una volta nella vita di sentirsi raccomandare di mangiare più pesce perché è ricco di sostanze nutritive e fa bene alla salute. Il pesce è spesso citato quando si fa riferimento a sani modelli alimentari ed è molto utilizzato nella dieta mediterranea.
Ma bisogna fare un po’ di attenzione. Perché insieme con le varie sostanze nutritive che lo caratterizzano, è possibile trovarne anche alcune contaminanti i cui effetti sulla salute sono tutt’altro che benefici.
Le varie analisi rischi-benefici compiute in molte parti del mondo, fino ad ora, tendono a dimostrare che il consumo di certi tipi di pesce un paio di volte a settimana non implica un rischio serio per la salute umana, ma ci sono anche alcuni dati allarmanti.
Uno dei principali pericoli per l’uomo arriva dai metalli pesanti, in particolare dal mercurio che non ha nessuna funzione essenziale nel corpo umano e che viene assunto principalmente dai pesci di grandi dimensioni come il tonno e il pesce spada. La quantità di mercurio presente nel pesce, infatti, è direttamente proporzionale alle sue dimensioni ed alla posizione nella catena alimentare. Arriva nei mari attraverso gli scarichi industriali, si stabilisce nei batteri che vengono assorbiti dalle alghe, i pesci più piccoli se ne nutrono, i pesci più grandi mangiano i pesci più piccoli e così arriva all’uomo, concentrandosi in quantità maggiori man mano che risale la catena alimentare. Il mercurio ingerito in quantità superiore alla norma può causare problemi nervosi, disturbi di nascita e genetici, tanto da spingere gli esperti a consigliare un uso limitato di grandi predatori alle donne in età fertile o in gravidanza.
Ma qual è la situazione del pescato nei nostri mari? La domanda, così posta, parrebbe abbastanza semplice. Ma non è facile avere una risposta. Per stabilire la qualità del pesce, infatti, è necessario tenere conto di una serie di parametri quali ad esempio taglia e sesso, la stagione, la zona in cui viene pescato, poi lo stato di conservazione fino all’arrivo sulle nostre tavole. E poi bisogna fare i conti con gli enti che si occupano di compiere l’analisi sui campioni di pescato e di rendere noti i risultati.
Gli ultimi numeri ufficiali disponibili risalgono al 2005 e sono forniti dall’Istituto Zooprofilattico della Sicilia: su trecento campioni di pesce analizzati, nessuno è risultato fuori norma. Insomma nel 2005 i pesci del mare di Sicilia non avevano concentrazioni di metalli pesanti (mercurio, cromo e cadmio) superiori ai parametri stabiliti dalla legge.
“I grandi predatori come il tonno o il pesce spada – spiega Francesco Castiglione, responsabile della sezione di Trapani dell’Istituto – hanno concentrazioni di mercurio più alte soprattutto quando provengono dall’estero. Queste vengono valutate analizzando la parte muscolare del pesce che è quella più irrorata dal sangue e quindi più soggetta a rischi. La valutazione che facciamo è in parti per milione (1ppm), ovvero un grammo per milione di grammi. Il pescato che c’è nei mercati siciliani, però, arriva prevalentemente dai nostri mercati di produzione che sono Porticello, Trapani, Sciacca e Mazara del Vallo e si tratta in generale di pesce di buona qualità”. Altra storia, invece, per i pesci che arrivano dal mare che bagna i grandi agglomerati industriali. “L’acqua in cui vivono i pesci è decisiva per le loro condizioni - continua Castiglione - e naturalmente è sconsigliabile mangiare pesce pescato nella zona di Priolo o Gela”.
Di altro avviso sono invece gli esperti del Wwf che, nel 2006, hanno reso noti i dati di un’analisi condotta nel Mediterraneo e con la quale è stato dimostrato che ventinove campioni di pesce prelevato lungo le coste italiane presentavano tracce di quindici tipi di inquinanti chimici.
“È chiaro che i grandi pelagici mostrano contaminazione da metalli pesanti e da altri contaminanti emergenti, in misura maggiore rispetto agli altri pesci – spiega Franco Andaloro, dell’Icram, l’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare -. Sarebbe meglio consumare pesce a vita breve e di taglia media, che assorbe minore quantità di contaminanti”. Come dire che, se proprio non si può fare a meno del pesce spada, per non correre rischi è meglio sceglierne uno di piccola taglia (“circa 15 chili”, suggerisce Andaloro).
Pesce si, dunque ma con qualche cautela. L’auspicio sarebbe quello di avere dati analitici certi, in grado di offrire ai consumatori indicazioni e strumenti di conoscenza. E di dare agli appassionati del pesce la garanzia che ciò che mangiano è di qualità certificata.


Clara Minissale

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