Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Numero 4 del 12/04/2007

L’INTERVISTA: Il futuro? Rossi eleganti e vitigni autoctoni

12 Aprile 2007
renzo_cotarella.jpg renzo_cotarella.jpg

    L'INTERVISTA

L’analisi di Renzo Cotarella, direttore generale di Antinori: “In un mondo che ci costringe a sfide globali gli elementi fondamentali restano la qualità e lo stile” 
“Il vino del futuro?
Rossi eleganti da uve autoctone”

La battuta arriva a metà intervista mentre a pochi metri da noi decine di persone cercano di assaggiare un po’ di vino per valutare le ultime annate, fanno ressa tra bottiglie e bicchieri in attesa di un sorso. Lo avete capito: siamo al Vinitaly.


renzo_cotarella.jpg«Il vino del futuro dovrà essere elegante.E magari ottenuto da vitigni autoctoni. Penso a tre varietà di uve in particolare: Aglianico, Sangiovese e Nebbiolo». Parola di Renzo Cotarella, direttore generale di Antinori, una delle aziende italiane più prestigiose, l’uomo che assieme al marchese Piero Antinori guida un gruppo che oggi fattura 125 milioni di euro, conta 600 dipendenti, produce 18 milioni di bottiglie e gestisce vigneti sparsi tra la Toscana (Villa Antinori, Guado al Tasso, Tignanello, tanto per citare alcune tenute), il Piemonte, l’Umbria, la Puglia, l’Ungheria, gli Usa (stato di Washington) e il Cile. L’azienda dei due mondi, insomma, e un direttore generale che ha cominciato come enologo nel 1981 e oggi si ritrova sulla plancia di comando.
Tuttavia la Antinori non è un colosso nel senso tradizionale del termine. È una grande azienda ma, per  esempio, ancora oggi è poco conosciuta nel mondo della grande distribuzione; eppure gestisce tante aziende sparse per l’Italia ma ha un’unica rete di distribuzione con 150 agenti per 12 mila clienti. Così una chiacchierata con Cotarella può dare utili indicazioni su come sta e dove va il mondo del vino di qualità.
Come si fa a gestire un’azienda così complessa?
«Con la passione, direi. È il motore di tutto. Poi in un mondo che ci costringe a sfide globali ci sono alcuni elementi fondamentali. Uno di questi è la qualità, poi c’è lo stile. Non possiamo prescindere da questi due aspetti».
Il gusto internazionale, di cui tanto si parla, è cambiato?
«Se per gusto internazionale si intende un vino gradevole non è cambiato nulla. La gradevolezza è il punto di partenza. Spesso si associa l’espressione “gusto internazionale” al critico americano Robert Parker. Il quale, secondo me, non ha mai imposto un gusto. Se fosse così come si spiegano i suoi punteggi alti ai grandi rossi di Bordeaux, molto diversi dai vini californiani e presi come modello per il gusto internazionale?».
Ma oggi il consumatore evoluto cosa cerca?
«Maggiore specificità nei vini, una maggiore differenziazione. Tanto che il futuro sta nelle varietà autoctone, soprattutto in quelle, a mio parere, eleganti. Ovvero Aglianico, Nebbiolo e Sangiovese».
È d’accordo con l’idea di vendere anche etichette pregiate negli scaffali dei centri commerciali?
«Se per grande distribuzione intendiamo una vendita di vini di pregio corretta, assistita e priva di sconti, perché no. Sono d’accordo».
La crisi che ha colpito il vino è passata? O ancora se ne sentono i contraccolpi?
«Il mercato alla fine degli anni ’90 era, se mi è consentito, ubriaco. Non corrispondente alla realtà, insomma. Era naturale che doveva esserci un contraccolpo. Oggi non è più così e assistiamo a una crescita moderata più importante perché c’è un’attenzione del consumatore maggiore verso i prodotti di qualità. Negli ultimi due anni Antinori ha aumentato il fatturato del 10 per cento senza ricorrere a sconti. Credo che questo trend sia dovuto anche alla nostra capacità di migliorare i rapporti con la clientela».
Il ruolo delle guide è ancora fondamentale?
«Direi di sì, anche se non sono più determinanti come nel passato. Oggi il consumatore è più consapevole e ha meno bisogno di affidarsi al giornalismo enologico».

Fabrizio Carrera