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Il prodotto

Un vino calabrese fa furore nel locale di Batali e Bastianich

14 Marzo 2013
ippolito ippolito


Giuseppe Ippolito

E’ diventata la star di Hollywood. Almeno questo è il commento che arriva da oltre oceano, dalla California, da uno dei locali di Joe Bastianich e Mario Batali che si trova nel quartiere più vip e alla moda di Los Angeles.

 All’Osteria Mozza di Melrose Avenue, il vino calabrese, alias il Serra Sanguigna di Giuseppe Ippolito, ha fatto letteralmente furore. A dirlo, o meglio, a scriverlo al produttore cirotano in una mail, è stato il sommelier del ristorante-pizzeria, annunciando come il rosso in questione, bland di Gaglioppo, Malvasia Nera e Greco Nero abbia fatto una volata, nel bicchiere. Forse perché una novità o forse perché racconta qualcosa di diverso o di più “esotico” rispetto ai Cabernet o Merlot tanto amati da quelle parti, le scorte del locale sono finite subito. Una buona notizia dal retrogusto però amaro. Il successo del suo vino se da un lato inorgoglisce Ippolito dall’altro offre uno spunto di riflessione sull’attuale condizione della regione vinicola tra le più antiche d’Italia e ultima sulla scena enologica nazionale e internazionale di oggi, ancora indietro, rispetto alle cucine Puglia e Sicilia, nel conquistarsi il suo spazio.

Sebbene ci siano casi felici, come questo e pochi altri, che attestano l’alto livello e le potenzialità dei vini calabresi, il brand Calabria rimane debole, tanto che diventa un’impresa il piazzarlo. “Non abbiamo dove andare – dice con sconforto Ippolito -. Non c’è coscienza dell’oro che abbiamo tra le mani. Eccezion fatta di alcuni, tra cui cito Francesco de Franco, mio caro amico, i calabresi non sanno valorizzare il loro vino e il loro territorio. E partiamo proprio da questo. Oggi è la prima cosa che si vende quando si propone un vino. Non sappiamo comunicarlo. Ma poi, se lo devastiamo questo territorio come potremo mai fare capire la qualità del nostro vino? E aggiungo. Quando vado all’estero rischio, ogni volta di prendere multe perché per presentare il vino devo sempre introdurlo attraverso il cibo e specialità gastronomiche, il che è anche giusto, ma denota una mancanza di forza nel vino”.  Solleva la questione del marketing territoriale, un vulnus che starebbe penalizzando la regione, e che, come denuncia, vede assenti le istituzioni. “Faccio solo un esempio. Eclatante: il Sudafrica. Vado spesso lì. Ogni volta che atterro sono bombardato da pubblicità che invitano a scoprire non so quante strade del vino. Ovunque si legge qualcosa sulle wine route. Ci sono agenzie nell’aeroporto stesso che subito propongono pacchetti, visite a chi è appena atterrato. Tutte le strade sono costellate di cartelloni che raccontano di un dato territorio del vino, addirittura 300 chilometri prima di arrivarci. E noi che siamo nel Cirò, una delle aree  enologiche più importanti d’Italia, ancora stentiamo a capirne l’unicità”.

E il tono della voce svela un rammarico che il produttore sente, forse, anche nei confronti del lavoro svolto dal padre Giovanni, colui che ha scritto la storia di questo angolo di Calabria, stilando in gran parte il disciplinare di produzione del Cirò, l’unico uomo della regione che Mario Soldati volle incontrare durante il suo viaggio al sud. Ma la comunicazione sarebbe l’ultimo step, per Ippolito la rinascita della Calabria deve partire dalla qualità. “Nel Cirò stesso – conclude – ancora non si è capito come fare vino di qualità. Per certi versi siamo rimasti ai tempi antichi, quando si coltivava l’uva per venderla ai piemontesi. Non c’è nemmeno sperimentazione. Non ci sono istituti come l’Irvos qui, per fare solo un esempio. E poi, a parte pochi casi, vedo produttori stare a braccia conserte. Non si fa cultura del vino”. 

M.L.