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Pubblicato in Cosa leggo il 23 Marzo2015

L’Isola vista attraverso gli occhi di un toscano, che ne racconta storia e suggestioni attraverso le testimonianze di circa 50 cantine siciliane e degli uomini e delle donne che le portano avanti. 

Un racconto nel racconto di un’isola vista come una donna, chiamata per l’appunto Sicilia, che nonostante sia stata abusata e conquistata da tanti non ha mai perso forza e dignità. A dipingerla così è Andrea Zanfi, scrittore toscano e autore di “Sicilia. L’Isola e il Mediterraneo. Storie di amori e vini”, pubblicato da Seb editori e presentato oggi al Vinitaly di Verona.

Cronache di gusto vi dà la possibilità di leggere uno stralcio del primo capitolo del libro, che sarà presentato anche in Sicilia, il 10 aprile a Palermo e l’11 aprile a Catania.
 
“Mi aggiro in grandi stanze dalle finestre piccole e dai soffitti alti, mentre un forte vento di Scirocco riscalda l’aria, sferza i rami degli alberi e le spighe del grano appena nate. Godo del suo alito caldo pur sapendo che non porta con sé mai niente di buono. Fra un paio di giorni, se non prima, lascerà certamente spazio a venti più freschi, ricchi di piogge e burrasche. Ma oggi c’è il sole e questo mi basta. È una primavera strana quella di quest’anno, capace di proporre mattine così fresche da richiamare l’inverno e altre che sembrano il preludio a un’estate calda, tanto da invitare a fare un bagno in mare. Antonio, il padrone di casa e amico fraterno, stamani è uscito di buon’ora. Doveva per forza recarsi a una cinquantina di chilometri da qui, in contrada Palmeri, tra Ciminna e Mezzojuso, nel suo oliveto, per verificare di persona lo stato d’avanzamento dei lavori che già da inizio settimana avrebbero dovuto essere avviati.
Nessuna telefonata o messaggio da parte degli operai gliene aveva dato conferma e questo silenzio gli sembrava quantomeno sospetto, tanto da giustificare un sopralluogo. Ci siamo appena incrociati, giusto il tempo di prendere un caffè insieme e avvisarmi che ritornerà solo in tarda serata, quasi certamente all’ora di cena. Durante la giornata rimarrò solo o tutt’al più riceverò una breve visita di Marco, il figlio del mio amico, che sapendo del mio arrivo aveva piacere di farmi un saluto e quella di Calò il sovrastante del baglio, conosciuto al mio arrivo, che dovrebbe passare per controllare se ho bisogno di qualcosa. Sono felice della solitudine che mi attende. Non ho voglia di seguire Antonio in campagna dove finirei per starmene tutto il giorno a oziare in quelle terre che oggi, più che mai, trasudano d’Africa. Sono stanco. La pesantezza psicofisica accumulata negli ultimi 70 giorni, trascorsi percorrendo un’infinità di chilometri lungo queste impervie strade isolane, mi opprime. La stanchezza dopo questo tour de force a cui mi sottopongo mi investe ogni volta così, all’improvviso, come una secchiata d’acqua gelata, lasciandomi vuoto e privo di forze. Non ho nessun desiderio se non quello di restarmene solo per un po’ di giorni, lontano da tutti e da tutto, senza dover condividere chiacchiere inutili, cene o pranzi di circostanza. L’unica persona sopportabile è l’amico Antonio il quale, conoscendomi bene e sapendo quanto sia orso in questi momenti, mi lascerà sicuramente i tempi giusti per recuperare, salvaguardando l’incolumità di chi, inconsapevolmente, potrebbe avvicinarsi troppo al mio pessimo umore. Mi lascio coccolare dalla quiete di questa casa posta su una collina fra Belmonte Mezzagno e Misilmeri, da cui mi sembra d’intravedere in lontananza il mare, anche se è difficile a dirsi in questo bagliore.
Come compagni oggi ho alcuni appunti da leggere, una folta corrispondenza a cui far fronte e, non ultimo, devo trovare anche tempo per dedicarmi al libro da consegnare all’editore e sul quale non ho ancora riposto la dovuta attenzione. C’è tempo. Mi ripeto questo ritornello da settimane pur sapendo che non è vero, arrivando ad autoconvincermi che sia così. Mi perdo nell’affascinante atmosfera delle stanze di questa dimora la cui costruzione risale alla metà del XIX secolo”. 

C.d.G.

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