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Pubblicato in Cosa leggo il 05 Ottobre2011

Non è un libro di cucina ma nella sua cucina l’autore decide di presentarlo, accompagnandolo con due ricette tipiche preparate per l’occasione.

Anime in Carpione espone “un affresco, un’epica sulla meschinità”: così Paolo Ferrero descrive il suo primo romanzo, cultore e conoscitore come pochi dell’arte culinaria piemontese già autore di saggi e libri sul Monferrato, sul Barbera e sul tartufo. Fino a pochi anni fa patròn dello storico Canestrello d’Oro di Cinaglio d’Asti, oggi questo riservato, brillante intellettuale “con il grembiule” porta avanti la missione di educare al gusto e alla vita in qualità di scrittore a tempo pieno e guida enogastronomica. Di quel fermento che la tradizione del territorio ha vissuto nelle sale del suo ristorante, Ferrero ha voluto trasporre sulle pagine i sapori, i ricordi e soprattutto i personaggi. Tra questi il cuoco Ezio, caro amico prematuramente scomparso, da cui ha attinto il carattere barbaro e creativo di Leo, il protagonista, caricandolo poi delle proprie visioni sul mondo conformista. La storia inizia con la volontà di far concorrere il ristorante-pizzeria alla conquista della critica gastronomica.

 

La carrellata di ricette contadine, ottocentesche di palazzo che l’autore serve tra una pagina e l’altra fanno solo da scenografia al dipanarsi delle vite di uomini grotteschi relegati al margine dell’esistenza. In scena vanno relazioni ed episodi dal retrogusto amaro portati alla conoscenza del lettore con una scrittura mordace, oculata, fortemente satirica, che rievoca i colori e la tessitura linguistica di Bufalino. La letteratura è infatti il sostrato di questo romanzo. “Petronio, Cèline, Gadda, Flaiano, Belli, Verga, Pirandello e il grande scartavetrante Ian Dury sono i padri che hanno influenzato la mia scrittura – spiega Ferrero mentre prepara gli ingredienti sul tagliere –. Tutti autori con uno stile forte e una visione disincantata sulle cose”. Anche se le chiacchiere sul libro ha preferito farle attorno ai fornelli, l’autore ribadisce che la cucina non è la chiave di interpretazione del romanzo. Intento a pelare peperoni arrostiti e ad emulsionare una “bagna” di tonno, basilico, capperi, olive, erbe aromatiche dipinge la ristorazione come una realtà che costringe all’isolamento.


Peperoni con la bagna al tonno ed erbe aromatiche

Citando le parole di Fenoglio traccia il quadro: “Il tema che ho sviluppato nel libro parte proprio da questa considerazione precedentemente affrontata nel saggio la Salsa del Diavolo: il piccolo mondo della ristorazione è caratterizzato da una solitudine che da fertile rischia di trasformarsi in isolamento. La vita sociale decade perché scorre su tempi di calendario che non coincidono con quelli degli altri”. Così la dimensione erotico/fedigrafa in cui si ritrovano invischiati Leo, Franca (la cameriera aiuto in cucina), Manuela (la giornalista enogastronomica) rappresenta l’unica forma di relazione possibile, interazioni croniche nelle quali perdono buoni propositi e se stessi. Spettatore inerme di questo vortice di anime il maitre, voce narrante, il doppio di Ferrero.

 

Il metodo di marinatura in carpione citato nel titolo rappresenta il paradigma esistenziale dei protagonisti. “Parliamo di un composto unto. Questo è il loro universo, unto, acido. Queste caricature si ritrovano immerse in una bagna opaca, un po’ affiorano e stanno a galla ma poi affondano. Vivono di riflesso, sono metafora di conati, di tentativi di riappropriarsi della propria dignità”. La ritmica del racconto fa fluire questo risvolto tragicomico con immagini teatrali, plastiche che rasentano ambientazioni da sceneggiatura, con cambi di scena da un capitolo all’altro. Prova di regia dimostrata con una scelta di sintassi e vocaboli desueta e speziata allo stesso tempo. In questa cura linguistica, maniacale si può ritrovare quindi il legame del romanzo con la cucina, con quella ricerca che sta dietro ad ogni piatto. Dalla quale Ferrero non può prescindere neanche mentre si racconta, dividendosi tra i fuochi e il libro di Giovanni Goria, storico della gastronomia del Piemonte, che consulta per recuperare un piatto di antico retaggio ebraico-moncalvese (foto sotto).

Alla domanda su cosa essa rappresenti per lui la risposta arriva tagliente, sintesi che racchiude il senso stesso del racconto: “La cucina è una dea esigente, se ti immoli al suo altare bruci te stesso”

Manuela Laiacona


Le foto sono di Manuela Laiacona
 

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