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Pubblicato in Cosa leggo il 05 Febbraio2022

COS’È
Il titolo è preso da Neruda. Ma qui, il “confesso che ho vissuto”, diventa “confesso che ho mangiato”.

E bene, verrebbe da dire. Perché in questa turbinosa autobiografia da gastronauta, suddivisa in 55 capitoli, c’è soprattutto il piacere della scoperta, del viaggio, del gusto come irrequieto itinerario dell’anima. Davide Paolini, ma che ve lo dico a fare?, è quello di “A me mi piace”, rubrica fichissima e longeva sul domenicale de “Il Sole 24 Ore”, uno che ha ispirato una generazione di buongustai indirizzandoli ad abbattere luoghi comuni. E, in fondo, se ci pensate, il massimo dello snobismo è rendere memorabile, anzi narrabile, il sapore di un panino alla mortadella mangiato in un locale del mercato di Modena col nonno e la sorpresa di scoprire da Rémi Krug (sì, esatto, quello dello champagne) che in quella stessa osteria viene consumato il più alto numero di bottiglie della sua cantina al mondo. Ma noi l’abbiamo sempre detto, no?, che con la mortadella ci sta lo champagne. E anche con le panelle, a dire il vero.

PERCHÉ LEGGERLO?
L’ostrica di un villaggio della Bretagna? Un “sapore sessuale”. Un piatto di rari filindeu in Barbagia, una pasta per la cui realizzazione serve una antica e ormai quasi scomparsa abilità manuale, rappresenta un viaggio nell’identità di un popolo fiero. C’è anche molta Sicilia in questo libro: dal cioccolato di Modica alle carrube ragusane, tanto per dirne due. E in tutto questo castello incantato di carta e gusto non c’è mai la banalità di un piatto alla moda. Ma viene soprattutto valorizzato e raccontato l’ingrediente, la sapienza antica nel maneggiare arnesi e attrezzi. Scriverlo durante i mesi bui del lockdown è stato per Paolini come supplire alla necessità di viaggiare utilizzando la sua sapienza e la sua poderosa conoscenza del settore. E allora, allacciate le cinture e buon viaggio. Anzi, buon gusto.

Giancarlo Macaluso 

Confesso che ho mangiato
Davide Paolini
Giunti Editore
Pagine 271
18 euro

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