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Pubblicato in L'intervento il 09 Novembre 2020
di Giorgio Vaiana

di Daniele Cernilli, DoctorWine

Una delle peggiori figure della mia vita la feci quando intervistai tanti anni fa Madame Lalou Bize-Leroy, che all’epoca era, oltre che la titolare della cantina omonima, anche la presidente del Domaine de la Romanée Conti.

La definii come una delle massime autorità per il Pinot Noir introducendo una domanda, ma lei mi stoppò immediatamente. “C’è un equivoco - mi disse - Il Pinot Noir lo fanno in Oregon e in Nuova Zelanda. Io produco Romanée Conti, La Tache e Richebourg. Utilizzando quel vitigno, certo, ma c’è una bella differenza, non trova?”. Colpito e affondato. Mi aveva fatto una lezione di terroir in due battute. Ricordo spesso quest’episodio quando mi capita di affrontare il tema dell’origine dei vini, e ripenso anche a quando Luigi Veronelli, rispondendo al mio stupore per avere assaggiato il Fiorano Semillon, che si faceva vicino Roma con un’uva bordolese, mi disse: “Guarda che i vitigni appartengono ai territori dove sono piantati”. Sostenendo un concetto pressoché analogo a quello di Madame Leroy.

Un ulteriore chiarimento lo fornisce spesso il professor Luigi Moio, docente di Enologia all’Università Federico II di Napoli, quando sottolinea che la stragrande maggioranza dei vitigni tradizionali italiani sono “neutri”, cioè non hanno caratteri varietali evidenti, che si manifestano per la presenza di terpeni, pirazine o per l’abbondanza di sostanze tioliche che si possono formare in vinificazione, ad esempio. Mentre “sentono” il territorio, le situazioni pedoclimatiche, e possono cambiare parecchio se messi a dimora in situazioni differenti. Non che le varietà cosiddette “internazionali” non lo facciano, ma i nostri traggono la loro espressività essenzialmente dalle zone di produzione. Basti pensare a come cambiano i vini in regioni diverse, anche con vitigni analoghi. Il Cometa di Planeta e il Fiano di Avellino Stilema di Mastroberardino derivano entrambi da uve fiano, ma sembrano provenire da due emisferi diversi. E di esempi del genere ce ne sarebbero migliaia. Pensiamo a Barolo e Gattinara, a Morellino di Scansano e Brunello di Montalcino. O pensiamo anche a come si esprime il Sangiovese a Radda e a Castelnuovo Berardenga.

Allora proviamo ad andare al di là della varietà dei vitigni, insomma. Cominciamo a dire che un Barolo non è semplicemente un Nebbiolo e che un Grand Cru di Vosne Romanée non è semplicemente un Pinot Noir. Rendendo giustizia all’unicità della loro origine, a un vigneto, a una piccola sottozona e non riferendoci solo alla tipologia dell’uva, che è sicuramente un elemento del puzzle ma talvolta e soprattutto in Italia neanche il più importante.

doctorwine.it

 


Commenti   

+2 #2 Giovanni B. 2020-11-10 17:50
È così difficile parlare di territorio, eppure è tanto evidente come la vite sia una pianta sensibile al suo habitat. Tra le tante piante coltivate dall’uomo è forse la più antropizzata. Sarà che la coltiviamo da millenni ma nessuna altra pianta come la vite risente delle cure dell’uomo e del suo territorio tanto da modificare, a volte, radicalmente i suoi naturali comportamenti. Grazie Daniele per le tue riflessioni, chi ama il vino a volte poco si cura di conoscere le caratteristiche del territorio da cui proviene, eppure in quel vino, il territorio c’è sempre come sempre c’è l’anima del suo produttore. Perché il vino senza la passione del vignaiolo non è mai vino ma solo una gradevole bevanda replicabile allo stesso in qualsiasi parte del mondo, ma ahimè priva di anima.
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+2 #1 Federico Castellucci 2020-11-10 10:34
come al solito il Dr Wine è conciso e inappuntabile :-)
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