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Pubblicato in Numero 11 del 31/05/2007 il 30 Maggio 2007
di Emanuele Di Bella
    IL PERSONAGGIO

Intervista ad Angelo Gaja, tra i più importanti nomi dell’enologia italiana ed europea. “Il costo di una bottiglia deve premiare chi l’acquista”. E sulla Sicilia: “Ha fatto grandi passi, ma niente è per sempre se non si lavora sodo”

gaja.jpg“Il prezzo del vino? Questione
di sogni e di storia”

Angelo Gaja, uno dei nomi più importanti dell’enologia italiana e d’Europa, sarà a Palermo il prossimo 11 giugno a parlare di vino. Un’occasione rara per un personaggio notissimo. Gaja approda nel capoluogo siciliano invitato dai Planeta nell’ambito di “Viaggio in Sicilia”, la terza edizione della mostra itinerante che si tiene allo Spasimo di Palermo. Ecco l’intervista.
angelo_gaja.jpgCinque anni fa dichiarò che il vero mercato da coccolare era quello del Nord Europa. Eppure oggi molti guardano soprattutto agli Usa e all'Asia come i mercati del vino dove espandersi. Che ne pensa?
«È giusto che i produttori guardino a tutti i mercati. Il mercato dell'Europa unita è diventato il nuovo mercato allargato di casa nostra, ove i produttori medio-piccoli possono vendere non soltanto agli importatori ma anche a ristoratori/enoteche e clienti privati, cosa più difficile nei mercati extra-europei».
Eppure da più parti si sostiene che gli italiani siano poco bravi a vendere all'estero. Perché questa poca propensione: assenza di cultura o di esterofilia, scarsa dimestichezza con le lingue?
« L'Italia è il primo Paese esportatore di vino; perché insistere a piangerci addosso che non siamo bravi abbastanza? Certo si può fare di più e meglio».
Cosa fa il prezzo di un vino?
«Se onesto e non creato ad arte dal produttore, indica il livello di incontro della domanda e dell'offerta. Una bottiglia di prezzo elevato oltre che possedere una qualità difficilmente riproducibile, deve essere in grado di premiare chi l'acquista offrendogli la certezza di un percorso di prestigio acquisito da riconoscimenti internazionali guadagnati dopo lunga militanza sul mercato, storia, rarità, immagine, sogno; e deve essere capace di inserirsi ed accreditarsi nelle nicchie di mercato i cui consumatori cercano proprio quel tipo di vino. Non è una cosa che si improvvisa, tanto che spesso i risultati non arrivano a premiare la prima generazione di produttori; occorrono infatti delle generazioni ispirate che abbiano già precedentemente fatto sacrifici e lavorato duramente in favore della generazione successiva la quale, se capace di perseverare nella strada della qualità, si sarà posta così nella condizione di potere finalmente raccogliere i frutti».
Parliamo di Sicilia. Da almeno un lustro siamo di moda soprattutto col Nero d'Avola. Peccato però che la forbice di prezzo in cui viene proposto questo rosso sia troppo ampia e troppo diversi siano i Nero d'Avola prodotti. Lei che ne pensa?
«La forbice dei prezzi è larghissima anche per i vini prodotti a Barbaresco e Barolo: si va da 10 a 200 euro a bottiglia. L'immagine di un vino beneficia largamente della domanda che pochi produttori (un caso emblematico è quello di Biondi Santi per la denominazione Brunello di Montalcino), ancorché per quantità modestissime, sono capaci di sostenere ed affermare a causa dei prezzi molto elevati delle loro bottiglie: benvenuti gli artigiani. Ma non basta: a fianco degli artigiani occorrono poi le corazzate che producano milioni di bottiglie di vini di qualità e li sappiano vendere con successo costruendo domanda sui mercati internazionali. Vedasi Antinori e Ruffino in Toscana; Mastroberardino in Campania; Lungarotti in Umbria; Banfi a Montalcino; Santa Margherita e Masi in Veneto, ecc. Ho escluso volutamente Piemonte e Sicilia perché mi sembra più elegante non perderci a fare esempi a casa nostra che è il luogo che conosciamo di più».
Ma in generale come vede la Sicilia del vino?
«Ha fatto grandi progressi in un periodo relativamente breve. Però in un mercato subissato di offerta in cui è difficile fidelizzare il consumatore nulla è consolidato definitivamente: occorre che i produttori imparino ad accelerare il processo di costruzione della domanda e di conseguenza a consolidare i momenti fortunati di mercato cercando di farli durare nel tempo. Ma è così per tutte le aree viticole, non soltanto per la Sicilia. Di facile non c'è niente».
I consumi di vino sono in calo. Eppure in Italia manca una vera cultura del vino, soprattutto al Sud. Per rimediare a questo problema lei da dove partirebbe?
«I consumi sono in calo perchè in passato si beveva troppo mentre oggi abbiamo altre esigenze alimentari, sono cambiati gli stili di vita, c'è una cultura diversa, l'abuso dell'alcool preoccupa. Manca una vera cultura del vino? È possibile, però non affiderei allo Stato il compito di insegnare a bere. Sono produttori, giornalisti, ristoratori, enotecari, le varie associazioni che promuovono il vino che devono fare di più per educare».
Tra cinque anni quali saranno secondo lei i vitigni italiani più gettonati?
«Quelli i cui vini saranno proposti e sostenuti dai produttori che avranno saputo creare maggiore domanda, dai produttori più intraprendenti, capaci, più professionalmente preparati».


Fabrizio Carrera

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