È notizia di ieri l’accordo di libero scambio fra UE e Mercosur, area che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia, di fatto storico in quanto il maggiore al mondo, giunto dopo venticinque anni di negoziati.
È stata l’Italia, inizialmente contraria insieme alla Francia in quanto Paese a forte vocazione agricola e ricco di eccellenze enogastronomiche, a fungere da ago della bilancia, con il suo spostamento a favore in seguito alle contrattazioni, decisivo visto che la ratifica avviene a maggioranza qualificata, ponderata secondo il numero di abitanti.
Le perplessità tuttavia restano: non serve Nostradamus per prevedere che i nostri mercati saranno invasi da materie prime prodotte secondo standard qualitativi e di sicurezza meno stringenti, che innescheranno una corsa al ribasso in un settore primario che già soffre una crisi storica. Per compensare tali squilibri è inoltre previsto un fondo da oltre 6 miliardi di euro, che andrà di fatto a gravare sulle tasche di tutti.
La mobilitazione è già iniziata, ma a babbo morto, nella flebile speranza che il Parlamento europeo, chiamato al sì finale, ci metta una pezza. Se alcuni settori, al contrario, esultano – l’industria di auto e macchinari, la moda, la chimica e la farmaceutica – brinda anche il vino, che cerca una via di fuga dalle strettoie dei dazi trumpiani attraverso l’apertura di nuovi mercati. In particolare fa gola il Brasile, gigante da 213 milioni di abitanti dove, in controtendenza rispetto a un Vecchio Continente ormai vetusto, il consumo cresce e la produzione ancora langue.
Anche se la strada da percorrere è lunga: se il mercato americano valeva da solo per l’Europa 3,4 miliardi di euro, quello latino ammonta al momento a soli 70 milioni.
Sono inoltre previsti vantaggi per i produttori di cioccolato e formaggi, sempre più ambiti dalla crescente classe media. Ma l’accordo, giurano i suoi sostenitori, servirà anche a proteggere dallo “european sounding”, per esempio evitando che qualcuno etichetti “Champagne” a Montevideo o “Parmesan” a Sucre. Per quanto riguarda l’Italia, sono 57 le Indicazioni Geografiche ufficialmente protette, dall’Aceto Balsamico Tradizionale alla Pasta di Gragnano, passando per Lambrusco e Barolo.
Fonti ufficiali rassicurano che i quantitativi di merce libera saranno comunque contingentati. Considerato che i timori si addensano soprattutto sul comparto carne e in particolare sui tagli pregiati di bovini e pollame, meno cari oltreoceano del 20-30%, sono state fissate soglie pari rispettivamente a 99 mila e 180 mila tonnellate, equivalenti all’1,6 e all’1,4% della produzione continentale. Sono inoltre previste clausole di salvaguardia rafforzate in caso di forte calo dei prezzi o di eccessivo aumento delle importazioni.
La domanda tuttavia resta: davvero abbiamo bisogno dei gamberi argentini e delle pesche brasiliane, finora sottoposti a dazi compresi fra il 17 e il 35%? Slow Food non si è ancora pronunciata, ma da tempo metteva in guardia sulle possibili conseguenze dell’approvazione e invocava l’adozione delle cosiddette “clausole specchio”, che obbligherebbero i produttori stranieri a standard allineati ai nostri. Tanto che ha sottoscritto l’appello internazionale per fermare l’accordo.
I rischi riguardano anche la salute, specie con riferimento alla regolamentazione lasca di antibiotici e ormoni della crescita nelle carni, la stessa che, davanti al rovesciamento trumpiano della piramide alimentare in favore delle proteine animali, ha fatto paventare al nutrizionista Giorgio Calabrese, sulle pagine della Stampa, un futuro collasso del sistema sanitario.
Il rischio è anche quello di sottovalutare i costi sociali e ambientali delle merci, tenendo a mente in particolare l’emergenza della deforestazione amazzonica funzionale all’allevamento dei bovini. Proprio lo scorso dicembre, non a caso, il Parlamento europeo aveva rinviato e depotenziato il regolamento comunitario per smettere di importare deforestazione (Eudr), mentre nel giro di pochi giorni il Brasile usciva dalla moratoria sulla soia, destinata in larga misura alla mangimistica, in Amazzonia, che tanto aveva contribuito ad arginare il fenomeno. Molteplici indizi che fanno più di una prova dell’abbandono, da parte dell’Europa, delle politiche green in favore di priorità più marcatamente commerciali.