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Pubblicato in Scenari il 21 Gennaio2020


(Gianluca Ippolito)

di Francesca Landolina

“Oggi la criticità vera della Doc Cirò non è tanto la qualità, che ha raggiunto un livello minimo alto, ma la tutela del territorio, che non ha ancora una strategia corale ben definita. Manca una strategia dal respiro ampio, che dia importanza ai vigneti, alla viticoltura, alle nostre reali potenzialità”. 

Sono le riflessioni di Gianluca Ippolito, della storica cantina Ippolito 1845 di Cirò Marina. Lo abbiamo intervistato per riflettere sul futuro della Doc Cirò e sulle prospettive che si delineano in questa nuova fase storica per lo storico vino calabrese. “Il valore del vino cresce se cresce il territorio; quanto più quest’ultimo ha appeal nel mondo, tanto più il mondo, chi ci osserva, sarà disposto a comprare ad un costo più alto - prosegue il produttore -. La qualità deve essere corretta ed è una condizio sine qua non. Non preoccupiamoci oggi del valore medio. Da una parte, è vero che un Cirò Doc è venduto ancora, in media, al prezzo di 5 euro, ma è un prezzo più alto rispetto a 10 anni fa, quando costava tra i 2 euro e i 2,50 euro. In dieci anni il prezzo si è raddoppiato. C’è una nuova riconoscibilità per un vino di qualità crescente. La fascia alta sta intorno a 10 euro. Ma ora bisogna capire cosa si vuole essere da grandi. Si può vendere un vino a 10 euro o anche più, ma bisogna prima considerare il contesto territoriale in cui un vino nasce. Tenere in ordine e pulito un territorio ha un costo: è un valore anche questo. Un processo di riqualificazione strategica territoriale può accrescere il valore di un vino. Guardiamoci in faccia allora e stabiliamo le caratteristiche del Cirò. Diamo una forte identità d’insieme, produttori, amministratori, istituzioni, associazioni. Bisogna andare oltre il vino e verso l’accoglienza enoturistica, perché chi viene deve percepire la qualità vera del territorio. Con questa prospettiva, anche il biologico può crescere”. 

Un punto di vista che senza dubbio fa riflettere sull’importanza della rinascita di un territorio, al di là della qualità di un vino, che in questo caso è non solo storicamente riconosciuta, ma anche crescente. Molti i punti di forza della Doc calabrese che ha già compiuto 50 anni e che il giovane produttore elenca: “Cirò è la storia di un territorio con una tradizione viticola, ancor prima che enologica, molto importante. La vite fa parte del tessuto sociale e culturale. Vincente è stata la scelta di avere individuato pochi vitigni unici e rappresentativi, che non sono coltivati altrove, come il Gaglioppo e il Greco Bianco. Il vigneto cirotano, nel recente passato, è stato sempre abbastanza variegato con varietà di vitigni non perfettamente riconoscibili, ma oggi la scelta è finalmente quella di esprimere la vera identità territoriale”.  

Rimangono alcune debolezze o criticità da superare. “La più forte tra queste, oltre a quella della mancanza di una strategia orchestrale e territoriale, è la debole presa di coscienza sull’esclusività dei nostri vitigni e del Gaglioppo, in particolare. Ci può essere il rischio di immettere sul mercato qualcosa di ibrido, ma questo rischio resta affidato alle scelte di ciascun produttore. Negli ultimi anni, ad ogni modo, il Gaglioppo domina la scena. Sul territorio di Cirò le cantine più importanti sono rimaste legate al territorio e alla tradizione. I piccoli viticultori hanno provato con altri vitigni, ma tra un Merlot ed un Gaglioppo, per esempio, per vari fattori (per resa, per siccità, per il mercato locale) hanno compreso quanto sia più autentico e sensato produrre solo vino da vitigni autoctoni. Bisogna tuttavia insistere sull’identità, acquisire consapevolezza; se non si calca la mano su un’identità comune, la non conformità può diventare un punto di debolezza. Se, insomma, ci ritroviamo con 10 Cirò, uno diverso dall’altro, abbiamo sbagliato qualcosa. Un pensiero questo, che vale anche per i vini rosati, che possono essere una carta di rilancio”. 

Tante le prospettive di valorizzazione e tra queste la nuova traiettoria tracciata dal Consorzio per garantire la riconoscibilità della Doc. “Nel territorio di Cirò, siamo in una fase in cui abbiamo attivato la richiesta della Docg, che sarà la punta dell’iceberg nel processo di rivalorizzazione del Cirò. Questo implicherà una maggiore selettività: un Cirò Rosso per un consumo quotidiano, un Cirò Docg come vino di punta, un Cirò Rosato e un Cirò Bianco, non secondario rispetto al rosso, perché sta riscuotendo un crescente successo.  La forza di questo piccolo territorio nasce anche dal fatto che è variegato, con vigneti in pianura sul mare, in zona ventilata ed asciutta, ideali per bianchi mediterranei e territoriali, e vigneti collinari con rese basse per grandi vini rossi”.

Su cos’altro puntare per valorizzare la Doc? “Come azienda vogliamo essere un’azienda da grandi vini rossi da vigneti vocati, vecchi, con rese molto basse e qualità molto alta. Vista la nostra posizione geografica, con le sue peculiari condizioni pedoclimatiche, penso che possiamo essere un territorio di vini rosati con una grande storia: sono una carta vincente da qui a breve. Un’attenzione particolare va anche ai bianchi, freschi, mediterranei e di ottima riuscita”. Si investirà sulla promozione del territorio? “Sì. Il mercato negli ultimi dieci anni è cresciuto anche all’estero. Esportiamo mediamente, come Doc, il 30/40 per cento delle bottiglie prodotte. Facciamo più fatica a vendere nel resto d’Italia, in realtà. Nei territori più aperti al giusto rapporto prezzo–qualità, il Cirò trova spazio. All’estero, c’è anche una nuova domanda di vini del Sud. In Italia invece dobbiamo ancora fare molto. Il Consorzio ha intrapreso un progetto di promozione, si punterà alla valorizzazione dentro i confini nazionali, con degustazioni nelle principali città italiane, in collaborazioni a varie associazioni settoriali. Ma bisogna arrivare anche al consumatore finale, bisogna fargli percepire la qualità dei vini di Cirò affinché nasca una domanda spontanea, dal basso. Occorre accrescere la cultura e la conoscenza del nostro vino e del nostro territorio”, afferma.

E per concludere, il futuro della Doc? “Non può che essere positivo. Viviamo un bel momento di aggregazione e ciò non è mai avvenuto, non solo a Cirò ma anche in Calabria. C’è un confronto aperto e positivo e ci sono i presupposti per essere ottimisti; conta avere le idee chiare e sapere dove si vuole andare. Bisogna coinvolgere più persone possibili e non solo quelle della filiera viticola: più il coro diventa importante, più viene ascoltato”.


LEGGI QUI L'INTERVISTA A CATALDO CALABRETTA 

LEGGI QUI L'INTERVISTA A FRANCESCO DE FRANCO

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