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Pubblicato in Scenari il 23 Aprile2021

L’Area Studi Mediobanca presenta il nuovo report sul settore dell’acqua confezionata che aggrega i dati economico-finanziari, per il triennio 2017-2019, di 82 aziende nazionali con fatturato 2019 superiore al milione di euro.

Il mercato mondiale dell’acqua confezionata è stimato in oltre 387 miliardi di litri, per un valore al dettaglio pari a 155 miliardi di euro. Il prezzo medio al litro è attorno a 0,4 euro, che scende a 0,30 euro nell'Unione europea e a 0,20 euro in Italia. In base alle quantità, il consumo mondiale è cresciuto nell’ultimo ventennio al 7,4% annuo e le previsioni per il prossimo quinquennio indicano ritmi analoghi, tra il 7% e l’8%. In Italia il comparto dovrebbe avere chiuso il 2020 in stabilità. La Cina rappresenta il maggiore mercato con 103,1 miliardi di litri per 26,1 miliardi di euro al dettaglio, un primato incontrastato dal 2009 quando la Cina ha superato e infine doppiato gli Stati Uniti che oggi valgono 50 miliardi di litri e 34,6 miliardi di dollari. Dal 2000, il mercato cinese è cresciuto del 13,7% all’anno, quello statunitense del 5,8%. Altri Paesi importanti e dinamici sono: il Messico (+5,9%), l’Indonesia (+11,4%), l’India (+13,7%), il Brasile (+6,9%) e la Thailandia (+6,8%). Il consumo individuale mondiale è pari a 50,4 litri per abitante, ma circa metà della popolazione segna consumi pari a 17,7 litri pro-capite. L’Italia con i suoi 13,5 miliardi di litri è il nono mercato mondiale, sostenuto dalla ricchezza delle fonti (oltre 300) e da elevati consumi per abitante: 222 litri, secondi al mondo dietro al Messico. Il nostro Paese vanta altri primati: è il secondo esportatore di acqua confezionata minerale dell'Unione europea con 605 milioni di euro, alle spalle della Francia (761 milioni), e il terzo mondiale preceduto anche dalla Cina. Sempre nell'Unione europea l’Italia è di gran lunga il primo esportatore di acqua gassata con 440 milioni di euro, quasi il 50% del totale dell’Unione. Da ultimo, in Italia l’acqua minerale rappresenta il 76,2% del consumo di tutte le bevande analcoliche, la percentuale più alta dell’Unione che riporta un valore medio pari al 45,8%. Il budget familiare (3 persone) annuo è attorno ai 130 euro. In Italia, rispetto a un ipotetico prezzo di 30 centesimi allo scaffale per una bottiglia da 1,5 litri, il 45% è rappresentato dalla bottiglia finita e piena, il 37% da altri oneri, tra cui il trasporto e il margine del retailer, e dall’Iva per la quota residua.

I mercati maturi tra innovazione e sostenibilità
Il mercato dell’Unione europea vale 63,7 miliardi di litri pari al 16,5% del totale mondiale, per un valore al dettaglio stimato in 19,1 miliardi di euro . Il consumo complessivo dal 2012 è cresciuto del 2,3% all’anno (quello mondiale del 7,8%) e risulta composto per il 63% da acqua liscia e per il resto da acqua gassata. I consumi sono pari a 142 litri per abitante, ma sono molto bassi nei Paesi del Nord (Regno Unito: 37,4 litri, Paesi Bassi: 27,9 litri, Svezia: 10 litri, Finlandia: 17 litri, Norvegia: 9,3 litri), sia per fattori climatici che per il maggiore ricorso all’acqua del rubinetto. Parte della crescita dei consumi di acqua confezionata è dipesa anche dalla stagnazione dei soft drink, sovente associati a stili alimentari non salutari, tanto che la loro componente a basso o nullo contenuto calorico è aumentata dal 21% al 27% del totale. Negli Stati Uniti il consumo di
acqua ha superato quello di soft drink nel 2017, in Italia il rapporto tra le due grandezze è di 3,2 a 1. Il mercato dell’acqua confezionata è tuttavia maturo in molti Paesi, specialmente in Italia ove i consumi individuali sono molto alti. Dal 2012 il mercato italiano è cresciuto del 2,4% all’anno, quello tedesco ha ristagnato, quello francese del 2,5%, lo spagnolo del 2,9%. Più dinamici i mercati del Nord e dell’Est Europa: Polonia (+4,9%), UK (+5,7%), Romania (+4,4%), Bulgaria (+5,9%), Paesi Bassi (+4%), Irlanda (+9,9%), Lituania (+4,6%), Lettonia (+4,5%), Finlandia (+5,1%) ed Estonia (+5,6%). In Germania domina l’acqua frizzante (74,4% del totale), in Italia la liscia (69%). I produttori cercano di agire sull’innovazione attraverso acque aromatizzate, arricchite o funzionali (per lo sport, per lo studio, per l’estetica), prodotti per l’infanzia (kidfriendly), packaging accattivante e naturalmente ecologico, differenziazione nella fascia premium con acque di provenienza o composizione minerale esclusiva. Con riferimento al mercato statunitense, si tratta di segmenti previsti crescere tra il 6% e i l 9%. Le bottiglie in Pet, che in Italia rappresentano l’82% del mercato, possono rappresentare un’importante componente del costo finale dell’acqua, anche in relazione alle oscillazioni di prezzo della materia prima che attualmente quota oltre 1.150 euro a tonnellata (770€ nel 2020). La riduzione del peso della bottiglia è quindi un primario obiettivo dell’industria, anche per ridurre l’impatto ambientale, considerando che in Italia il 46% delle bottiglie è avviato a riciclo, lontano dai livelli dei Paesi più virtuosi come la Germania (95%) ove vige un sistema di vuoto a rendere ancora assente nel nostro Paese. L’uso del Pet riciclato (R-Pet) è comunque atteso in aumento in Italia, dopo che un recente cambio normativo ha rimosso il limite del 50% di sua presenza nelle bottiglie in commercio. L’alternativa è rappresentata dalle bottiglie biodegradabili in Bio-Pet di origine vegetale, purché non origini sottrazione di materie prime
all’uso alimentare.

Andamento e margini dell’industria italiana
In Italia operano 82 aziende per un fatturato aggregato nel 2019 pari a 3,8 miliardi di euro. I maggiori operatori vendono anche soft drink (bibite gassate, succhi, the freddo, aperitivi analcolici). I cinque maggiori operatori rappresentano il 65,8% del totale. Le imprese a controllo straniero sono sei, per un fatturato di 1,5 miliardi di euro. L’area del Centro, Sud e Isole accoglie il maggiore numero di imprese (32), ma il maggiore fatturato fa capo alle 23 imprese del Nord Ovest (circa 2 miliardi di euro). Nel triennio 2017-2019 le vendite aggregate sono cresciute del 3,9% medio annuo, quelle domestiche del 2,9%, quelle all’estero del 6%. Complessivamente la quota di export vale il 32,7% del fatturato, per un valore di 1,3 miliardi di euro, lasciando al fatturato domestico i rimanenti 2,5 miliardi di euro. Le imprese di maggiori dimensioni (48%) e quelle a controllo straniero (55,5%) hanno quote di vendite all’estero rilevanti, mentre per quelle italiane di medie o piccole dimensioni il mercato straniero appare poco rilevante (tra il 2% e il 6% delle vendite). L’Ebit margin del comparto è pari nel 2019 al 9,6%, in evidente riduzione dal 13% del 2017. Il Roi appare consistente nel 2019: 14,9%, ma anche in questo caso in contrazione sul 2017 (20,9%), così accade per il Roe che si attesta nel 2019 al 20,3% dal 26,9% del 2017. La redditività appare superiore per i gruppi maggiori (Ebit margin all’11,4% nel 2019) e per quelli a casamadre estera (10,7%). Risultano attardate le piccole (6,6%) e le medie imprese (8,2%). Anche la produttività è in riduzione: dai 117,7 mila euro del 2017 ai 103,2 mila euro del 2019, con crescente incidenza del costo del lavoro sulla produttività passata dal 44,3% al 51,2%. Il comparto segna tassi d’investimento rilevanti: si tratta di consistenze che oscillano nel triennio tra il 6,5% e il 7% del fatturato, tanto che l’età media contabile dei cespiti è calata dai 17,2 anni del 2017 ai 15,8 del 2019. La struttura finanziaria è solida: il rapporto tra patrimonio netto e debiti finanziari si colloca al 63,2% nel 2019, con disponibilità liquide che a loro volta rappresentano il 54% dei debiti finanziari, per una consistenza pari a 528€ milioni a fine periodo. Tra il 2017 e il 2019 il settore ha cumulato utili per 806 milioni di euro, pari in media al 7,3% del fatturato.

C.d.G.

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