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Pubblicato in Scenari il 26 Marzo 2020
di Giorgio Vaiana
Renzo Cotarella, Giovanni Geddes da Filicaja e Carlo Paoli

Volete vedere che la Cina ora diventa una sorta di breccia per l’export del vino italiano?

Ci sono alcuni segnali incoraggianti in tal senso. Il Paese dove è nato tutto lo stravolgimento provocato dal virus adesso è in corsa per spiegare al mondo che il problema, almeno lì, è risolto. Le fabbriche ripartono. E anche i consumi stanno ripartendo. Gli esperti dicono che i cinesi, quelli ricchi, sarebbero pronti al revenge spending, lo shopping sfrenato dopo settimane di fermi tutti. A conferma di queste considerazioni arriva la notizia che la fiera del vino di Chengdu prevista a marzo si terrà dal 21 al 23 maggio. Gelardini & Romani annunciano la loro asta dedicata ai grandi vini per fine aprile a Hong Kong. E alcune aziende italiane, di grande fama all’estero e nella Cina che spende, ricevono ordini di di acquisto in questi giorni. Peccato che l’export del vino italiano in Cina pesi solo per il sei per cento. Però è un segnale incoraggiante. Per tutto il vino italiano.

"E' vero che dal mercato cinese si notano segnali positivi - dice Renzo Cotarella, Ad di Antinori - ma per il momento credo che si parli solo di interpretazioni. Forse un panorama più chiaro possono averlo i negociant  francesi che sono molto più addentro a questo mercato rispetto a noi. Certo la ripresa delle interlocuzioni è una sensazione positiva di recupero". Ma attenzione, dice Cotarella: "Bisogna capire come questo poi si tramuterà in soldoni - dice l'Ad di Antinori - E' necessario anche avere chiara la situazione della logistica". Ma una cosa è certa per Cotarella: "Il vino italiano in Cina non ha ancora quella visibilità che hanno i vini francesi, cileni o australiani - dice Cotarella - Quelli francesi sono sempre al top per il loro prestigio, quelli cileni e australiani hanno i vantaggi dal punto di vista delle accise. Noi veleggiamo al quarto posto, con i cugini spagnoli. Insomma siamo un po' indietro, anche nel modo di approcciarci a questo mercato. Ma essere indietro non vuol dire essere sconfitti. Dico che abbiamo tantissimi margini di miglioramento". E Antinori crede nella Cina? "La nostra quota di export verso questo paese è bassissima, circa il 2 per cento del totale - dice - Ancora non abbiamo trovato un modello definiamolo "logico" nella gestione di questo mercato. Qui ci sono varie modalità, dai negociant, al mercato di Honk Kong passando per l'approccio diretto. Non è molto semplice".

Giovanni Geddes da Filicaja, Ad di Ornellaia, invece, vede uno spiraglio di luce arrivare dalla Cina per quanto riguarda le vendite di vino: "Abbiamo registrato un graduale aumento degli ordini, soprattutto di Ornellaia 2017, l'ultima annata disponibile sul mercato - dice l'Ad - Pare davvero che uno dei più importanti mercati per il nostro export, non solo di vino, stia ripartendo. Questo deve essere motivo di grande sollievo e ottimismo non solo per noi, ma per l'intera industria vitivinicola italiana". Secondo Geddes, dopo un mese difficile per il mondo del lusso e in particolare del vino, ci sono quindi motivi validi per riprendere fiducia nell’importante mercato cinese in cui l’Italia esporta circa il 6% dell’intera produzione vitivinicola.

Tra i vini italiani più famosi all’estero non può mancare Sassicaia, il rosso toscano prodotto a Bolgheri dalla famiglia Incisa della Rocchetta. Come si comporta l’export in Cina per questo supertuscan? “Noi lavoriamo in Cina da ormai quasi 18 anni e il mercato ha registrato un forte incremento della richiesta dei nostri vini negli ultimi 5-6 anni, richiesta che noi siamo riusciti a soddisfare per circa il 68% di quanto effettivamente ordinato - spiega Carlo Paoli, il direttore generale di Tenuta San Guido, la cantina che produce Sassicaia - Tutto il mercato asiatico rappresenta per noi grande importanza in termini di esportazione e di fatturato. Secondo i dati del 2019 l’intero mercato asiatico ha pesato per circa il 25,8% dell’intera esportazione dei nostri 3 vini (Sassicaia, Guidalberto e Le Difese) e solo la Cina ha rappresentato il 13,8%”. Secondo i dati dell’azienda le richieste che sono giunte dalla Cina per l’anno in corso, giunte prima del grave problema del Covid-19 intorno alla fine dello scorso anno, superavano del 9% le richieste del 2019 (sebbene, spiegano in azienda, accontentate per il 68%).

Aggiunge Paoli: “Nonostante i timori che inizialmente nutrivamo, forse anche per il fatto che la Cina è uscita dall’emergenza del Coronovirus rispetto agli altri Paesi occidentali, è che gli ordini sono stati tutti confermati e proprio in questi giorni abbiamo iniziato le prime esportazioni dei vini. Aggiungo che se nel 2019 siamo riusciti a soddisfare il 68% effettivo della totalità della richiesta proveniente dalla Cina, nell’anno corrente 2020 saremo in condizioni di soddisfare mediamente il 62%, pur a fronte dell’aumento del 9% della richiesta. Ciò è dovuto alla minore produzione delle annate attualmente in commercio, in particolare per l’annata 2017 di Sassicaia che, sebbene di ottima qualità, ha registrato una produzione inferiore rispetto alla normalità della produzione media annuale”. Ed il direttore generale spiega “che è bello vedere un mercato come la Cina, ma del resto anche gli altri Paesi orientali come Singapore, la Korea o il Giappone, che reagisce prontamente ai disastri che colpiscono il popolo e la loro economia, dimostrando sempre massima attenzione nel rispetto degli accordi con i loro partner esteri ma, soprattutto, il profondo rispetto e passione che nutrono nei riguardi del prodotto “Made in Italy”. Ne avemmo dimostrazione chiara anche quando anni fa il Giappone fu gravemente colpito dal sisma e dalle conseguenze che esso provocò nell’intero Paese, dove vedemmo un popolo sollevarsi rapidamente dalla crisi, con maggiore entusiasmo, senza voler rinunciare agli acquisti di prodotti italiani, ma anzi aumentandone la richiesta”.

C.d.G.


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