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Pubblicato in Vini e territori il 02 Maggio2022

di Alessandra Meldolesi

A detta degli intenditori, i rosati provenzali sono i migliori del mondo.

Merito di un ecosistema unico, che porta nel bicchiere distintive note di garrigue (macchia mediterranea) e una sapidità sferzante, fotografia liquida del paesaggio; ma anche di un know-how tutto francese. Solitamente pallidi, per la brevissima macerazione sulle bucce, con delicate nuance di cipria e fiori di pesco, in bocca questi vini sferrano una potenza e una complessità imprevedibili, con discreta capacità di invecchiamento, spuntando prezzi anche importanti sul mercato. Qualcosa di molto lontano dagli stereotipi del vino estivo, femminile, beverino e scacciapensieri con cui lotta il rosato italiano, zavorrato alle fasce basse del mercato. Eppure il miracolo si è compiuto in non più di 30 anni. Prima questi terrazzamenti brulicanti di vita fornivano damigiane dall’appeal scadente. Nella Francia dei mille blasoni, la Provenza era una cenerentola, propizia tuttalpiù per una vacanza estiva. Fino alla rivoluzione tecnica del controllo di temperatura e della pressatura diretta, con macerazione lampo e vendemmia anticipata. Una storia di successo e di costante crescita qualitativa, con centratura sui singoli terroir, nella quale ha voluto farsi largo anche Moët Hennessy, sempre più interessata al comparto vincente dei vini né bianchi né rossi.

Il gruppo, il cui impero vitato si estende dalla Champagne alla Nuova Zelanda di Cloudy Bay, all’Argentina di Terrazas de los Andes e alla Cina di Ao Yun, già possedeva in zona Château d’Esclans, tenuta acquisita nel 2006 con l’intenzione di produrvi il migliore rosé al mondo. Non pago, ha recentemente chiuso le trattative per Château du Galoupet, 68 ettari di vigneto classificati cru classé più altri 89 di oasi naturalistica in stretta simbiosi, fra il massiccio dei Maures e le paludi salmastre, di fronte alle isole di Porquerolles. E l’intenzione è quella di condurvi un esperimento avanzato, per capire fin dove possa arrivare la tipologia. Il progetto è dettagliato: già condotte in biologico, le vigne sono in via di conversione al biodinamico. “Per Château Galoupet l’equilibrio ambientale è la priorità assoluta - spiega Jessica Julmy, managing director - La nostra missione è restituire alla natura più di quanto prendiamo, costruendo un’eredità preziosa per il futuro”. La tenuta è diventata così oggetto di studio da parte di un pool interdisciplinare di storici, geologi e agronomi, che hanno analizzato composizione e microclima, catalogato flora e fauna in collaborazione con il Cen Paca, conservatorio delle specie naturali di Provenza e Costa Azzurra. Situata nella cosiddetta “Provenza Cristallina”, l’area presenta tre tipologie di suolo (fillade, grès schisteux des Sauvettes, colluvio). Fra i filari, in parte vecchi, in parte nuovi, vitigni come cinsault, grenache, rolle, semillon, syrah e tibourin, allevato nella forma locale dell’alberello, che lo protegge dai venti. Un tassello importante è rappresentato dalla collaborazione con l’Ofa, osservatorio francese di apidologia: sono stati introdotti nella tenuta 200 alveari e addirittura una stazione di fecondazione delle api regine, che verrà ripristinata ogni anno (al mondo se ne contano una dozzina). I fini sono molteplici, oltre alla produzione di miele: significa favorire la biodiversità, in modo che colonizzi nella complessità il bicchiere, studiare gli effetti sull’impollinazione delle viti e anche l’uso del propoli, da spolverizzare come trattamento in vigna. Si tratta inoltre di investigare, entro particolari parcelle biodinamiche, le possibili strategie per contrastare il cambiamento climatico.

Il risultato sono le prime due bottiglie della nuova gestione: Château Galoupet Cru Classé Rosé 2021 e Galoupet Nomade 2021, appena lanciate anche sul mercato italiano. Frutto di cuvée di microzone e vitigni, costano rispettivamente 55 e 25 euro. È ancora troppo presto, forse, per esprimere un giudizio, considerati i lavori in corso e la giovane età delle vigne, ma l’impressione è già quella di una pregevole complessità, che nel primo caso sarà chiamata alla sfida dell’invecchiamento, con dovizia di struttura e mineralità oltre il frutto (una pesca defaticante). In quest’epoca convulsa, sembra che perfino l’ultimo fortino della spensieratezza e della joie de vivre sia caduto: un calice di rosé diventa l’appuntamento con le grandi emergenze del pianeta. Lo conferma un packaging ardito, che rinuncia all’irrinunciabile vetro trasparente, volto a valorizzare gli accattivanti cromatismi della tipologia, in favore di vetro riciclato e addirittura plastica oceanica riciclata super leggera, anche a scopo picnic. Un tabù che sembrava incrollabile. Sfortunati i tempi che hanno bisogno di impegno, perfino all’ora dell’aperitivo.

 

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