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Birra della settimana

Birra e Società. Il Birrificio Italiano spegne le sue (prime) trenta candeline

05 Aprile 2026
Agostino Arioli, il mastro birraio fondatore di Birrificio Italiano Agostino Arioli, il mastro birraio fondatore di Birrificio Italiano

E con lui l’intero movimento artigianale nostrano, che guarda al domani tra preoccupazioni e spirito di sfida

Buon compleanno, Birrificio Italiano. E buon compleanno anche al movimento artigianale tricolore nel suo insieme. Del resto, si tratta di due romanzi praticamente contemporanei, per di più intimamente intrecciati. Il primo, quello che riguarda nello specifico il marchio di Limido Comasco (avviato nel 1996), rappresenta infatti un capitolo del secondo, quello che ha al centro l’intero comparto craft del nostro Paese (sbocciato nel biennio comprendente anche il 1996); e per giunta un capitolo non a caso, non certo marginale, ma al contrario decisivo, dato che il fondatore (e comproprietario) della scuderia lombarda, Agostino Arioli (tra l’altro fresco vincitore del titolo di Birraio dell’Anno), è anche uno dei pionieri dello stesso segmento microbrassicolo nazionale.

Insomma, per entrambi il 2026 rappresenta un traguardo non da poco, che i diretti interessati hanno celebrato a Lurago Marinone, dove il Birrificio ha mosso i suoi primi passi (prima di trasferirsi appunto a Limido, un chilometro e mezzo più a sud) e dove ancora oggi ha la sua taproom: organizzando qui una tre giorni culminata, lunedì 30 marzo, con un convegno al quale hanno preso parte numerosi protagonisti del settore, diversi anche da oltre confine. Ed è stata così l’occasione per una riflessione generale sul presente e sul futuro della pinta italiana nella sua dimensione di piccola manifattura non industriale.

Trent’anni di un piccolo grande miracolo

Senza ripercorrere in dettaglio una storia ben nota (almeno agli appassionati di orzi e luppoli), vale comunque la pena ricordare come la birra artigianale italiana sia nata, cresciuta e abbia messo radici (oggi i marchi attivi lungo lo Stivale sono circa millecinquecento) in tempi da record. Trent’anni, appunto.

Perché, prima di quel fatidico 1995-96, c’erano state sì già alcune altre iniziative (diverse, anzi, tra Nord e Sud del Paese), ma tutte destinate a esaurirsi nel corso di un’esistenza più o meno breve. È nel biennio di cui parliamo, invece, che entrano in scena i birrifici facenti parte del cosiddetto (a posteriori) zoccolo duro; ovvero quelli che hanno retto l’urto di una fase di decollo particolarmente incerta e rischiosa, dissodando il terreno e fungendo da esempio per le generazioni successive: fino ad arrivare là dove nessuno, allora, avrebbe immaginato.

Parliamo di nomi epici: accanto al Birrificio Italiano, quelli di Baladin (Piozzo, Cuneo), Beba (Villar Perosa, Torino), Lambrate (Milano), Amarcord (Rimini), Turbacci (Mentana, Roma), Vecchio Birraio (Campo San Martino, Padova), Mastro Birraio (San Giovanni al Natisone, Udine) e Centrale della Birra (a Cremona; l’unico fra tutti ad aver chiuso successivamente).

Per farsi un’idea di quanto pionieristici e privi di qualsiasi sicurezza siano stati gli esordi, per quel manipolo di coraggiosi, basta pensare a come l’homebrewing (e di riflesso lo stesso concetto di impresa microbrassicola) sia di fatto uscito da una dimensione di illegalità solo con l’entrata in vigore di un decreto legge varato nel 1995. O a come i funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (allora Ufficio tecnico di finanza), non disponendo di strumenti procedimentali specifici per il settore, a partire dalla modulistica, dovessero, al fine di concedere le necessarie autorizzazioni, creare soluzioni lavorando anche di propria iniziativa: e molto spesso recependo suggerimenti dalla controparte, cioè dai birrai (o meglio aspiranti tali, per la burocrazia).

E ancora, a rievocare episodi illuminanti circa il clima di allora, è lo stesso Arioli, che racconta come la trattativa per il primo stabile nel quale avrebbe dovuto prendere vita il Birrificio Italiano (a Lomazzo, quattro chilometri a est di Lurago) saltò proprio in dirittura d’arrivo, a causa delle perplessità del proprietario: il quale, di fronte a un progetto così… marziano, probabilmente pensò che non sarebbe rimasto in piedi e che non valesse la pena farsi coinvolgere. Poi, una volta trovata la sede per il suo impianto, Agostino dovette, pezzo per pezzo, progettarselo e farselo costruire da un fabbro del posto, aiutandolo nelle saldature.

Il Presente e il Futuro

Ecco, malgrado tra il presente e il passato – quel passato così avventuroso – ci sia chiaramente un divario profondo, anche lo scenario odierno presenta elementi di oggettiva difficoltà: dal carovita in aumento al potere d’acquisto in discesa, passando per l’atmosfera che ha accompagnato l’introduzione, nel 2024, delle nuove norme in tema di alcolemia alla guida nel Codice della strada.

Il panorama, insomma – e lo sappiamo bene – è in chiaroscuro. E pone di fronte a sfide che, per essere affrontate, rendono necessario sguainare di nuovo lo spirito combattivo e gli slanci d’audacia che attraversarono gli anni in cui il movimento artigianale visse il proprio debutto.

A sottolinearlo sono i rappresentanti delle associazioni di settore: Simone Monetti, direttore operativo di Unionbirrai, e Andrea Bagnolini, direttore generale di Assobirra. Quest’ultimo ha invitato a leggere le contingenze, anche quelle apparentemente più problematiche, come spazi di azione: focalizzando l’attenzione sui gusti dei giovani, che prediligono bassa gradazione e facilità di bevuta; e prendendo coscienza di come il crescente apprezzamento per l’abbinamento della birra a tavola offra opportunità notevoli, la cui portata è probabilmente maggiore rispetto alla percezione diffusa.

Monetti, dal canto suo, ha calcato l’accento su un pacchetto di punti strategici. Primo: far avvicinare o riavvicinare il pubblico che gli stessi attori del comparto craft hanno talvolta allontanato, comunicando il proprio prodotto come di nicchia e trattando con un certo snobismo il consumatore non specificamente appassionato. Secondo: spingere, nella stessa vita interna della filiera microbirraria, sul concetto non solo di artigianale, ma anche e soprattutto di indipendente, giacché è proprio tale condizione a rendere possibile un’adozione elastica e immediata delle innovazioni con cui affrontare la trasformazione del mercato.

Terzo: sviluppare concretamente il filone del turismo birrario, intenzione già presente in progetti di legge elaborati da molte Regioni, ma che stenta a tradursi in azioni pratiche e incisive. Quarto punto, riprendendo la questione giovani: non fermarsi ad affermare che i giovani non bevono o bevono meno, perché le cose non stanno esattamente così. La realtà è che si è spostato in avanti l’appuntamento con la prima bevuta, avendo questa cessato di essere un rito di passaggio, come invece in passato.

Dunque la platea di coloro che si avvicinano per la prima volta al bancone del pub è più matura e, proprio per questo, più consapevole anche come interlocutore: e questo rappresenta un vantaggio, un’opportunità da cogliere.

Foto tratta dagli album del sito birrificio.it