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L'azienda

Tradizione e avanguardia per Il Poggione: “Ma gli occhi sono sempre rivolti al cielo preoccupati dal cambiamento climatico”

18 Marzo 2024
In centro Fabrizio Bindocci insieme ai figli Francesca e Alessandro In centro Fabrizio Bindocci insieme ai figli Francesca e Alessandro

Con i piedi tra le zolle ma con gli occhi sempre rivolti verso il cielo. Questa è l’immagine di Fabrizio Bindocci, amministratore delegato della Tenuta Il Poggione, a Montalcino. Perché il cambiamento climatico preoccupa nel mondo del vino e obbliga le aziende a mettersi ai ripari e a trovare soluzioni per arginare il problema. 

Tenuta Il Poggione è una realtà consolidata: primo mercato per l’export (a quota 85%) sono gli Stati Uniti, seguiti da Canada e Nord Europa, in particolar modo la Germania. “Chiudiamo bene quest’anno – ci racconta Fabrizio Bindocci – anche se abbiamo assistito a una perdita di produzione dell’uva che va dal 10 al 15%”.

Bindocci ama definirsi un uomo di campagna, arrivato al Poggione nel 1976 come operaio agricolo e con un contratto a tempo determinato. Oggi è amministratore delegato ma segue i lavori in prima persona e ci parla di come l’azienda si è dovuta adattare ai cambiamenti di clima e di novità del settore. 

Era il 1890 quando Lavinio Franceschi creò la tenuta. Famiglia, tradizione e amore per la terra fanno da sfondo alla storia dell’azienda, oggi di proprietà dei fratelli Leopoldo e Livia Franceschi. Una tenuta di 600 ettari con 125 ettari di vigneti. La produzione totale è di circa 700mila bottiglie di cui 200/250.000 Brunello e 200.000 di Rosso di Montalcino Rimante Moscadelli Rosato da Sangiovese, igt Toscana Rosso e Bianco Vinsanto S. Antimo. Ci sono però anche le annate a 5 stelle in cui viene prodotto un cru, il Villa Paganelli Riserva per 40mila bottiglie. Il prossimo sarà fatto con l’annata 2019 e sarà messo in commercio nel 2025. 

Al Poggione ci sono anche 12mila olivi con una produzione media di 100 qli di olio EVO.

 

Il cambiamento climatico

Un’azienda visionaria, questo è certo. Basti pensare che tra il 1975 e il 1980 furono impiantati una quindicina di ettari a Brunello a quota 420 metri. Oggi questa intuizione aiuta a combattere il problema sempre più forte delle alte temperature. “In questo modo – continua Bindocci – si avranno vini con maggiore acidità, più freschi e con grado alcolico più basso. Il problema grosso è che l’azienda non si può cambiare totalmente. Rispetto a prima devi lavorare molto di più nel vigneto”. Non si tratta solo ed esclusivamente di un problema di quantità di pioggia ma della qualità e della temporalità. “Ricordo bene l’estate del 2000, una stagione asfissiante, calda e secca. Dopo Ferragosto piovvero 64 millilitri di pioggia e quando la stagione sembrava compromessa questo forte temporale cambiò le sorti della vendemmia”.

Adesso si cerca di trattare con la Regione Toscana affinché vengano creati dei laghetti collari, utili da un lato a irrigare i vigneti e dall’altro a essere tempestivi in caso di incendio per lo spegnimento.

La tenuta

Con i suoi 70 dipendenti tra fissi e stagionali, il Poggione si configura come uno dei punti di riferimento per la produzione nella zona di Montalcino. La vendemmia è fatta completamente in modo manuale con strumenti all’avanguardia per la vinificazione. Nella patria del Brunello Tenuta Il Poggione racconta una vera storia di tradizione tramandata di padre in figlio con l’amore per la terra e le vigne come unico faro e obiettivo.