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Scenari

Analisi Coldiretti: “L’export di cibo e vino italiano a 73 miliardi, è record”

17 Febbraio 2026
Il Parmigiano Reggiano è uno dei prodotti simbolo dell'export agroalimentare italiano Il Parmigiano Reggiano è uno dei prodotti simbolo dell'export agroalimentare italiano

Ma comincia a farsi sentire l'effetto dei dazi negli Usa. La Germania resta il primo mercato

Il cibo italiano continua a viaggiare nel mondo. Nonostante conflitti, tensioni commerciali e nuovi equilibri geopolitici, il 2025 si chiude con un nuovo primato: quasi 73 miliardi di euro di export agroalimentare, il valore più alto mai registrato. La crescita è del 5% rispetto all’anno precedente, secondo un’analisi diffusa da Coldiretti su dati Istat.

Il risultato conferma un dato ormai noto: l’agroalimentare è uno dei pilastri più solidi dell’economia nazionale, oltre a rappresentare una delle espressioni più riconoscibili dell’identità italiana sui mercati internazionali. Vino, pasta, formaggi, conserve, olio: il valore non è solo economico, ma culturale.

Interessante la mappa geografica delle esportazioni: la Germania resta il primo mercato di sbocco, con 11,2 miliardi di euro nel 2025. La Francia supera gli Stati Uniti e si posiziona al secondo posto con 7,9 miliardi. Gli Usa, che negli anni passati avevano trainato la crescita, arretrano del 5%, chiudendo a 7,5 miliardi. Sulle performance americane incidono i dazi introdotti dall’amministrazione di Donald Trump, che hanno azzerato l’espansione registrata in precedenza. Al quarto posto si colloca la Gran Bretagna con 4,9 miliardi.

Si muovono anche i mercati asiatici: la Cina supera i 670 milioni di euro, mentre la Russia si mantiene stabile a 680 milioni, in un quadro ancora segnato da embargo e sanzioni.

Il dato complessivo indicherebbe per Coldiretti anche la direzione strategica per raggiungere quota 100 miliardi di export entro il 2030. Il percorso passa da alcune scelte politiche e strutturali: l’introduzione dell’obbligo di indicazione dell’origine a livello europeo per ogni Stato membro e la revisione del codice doganale sono indicati come passaggi decisivi per rafforzare la trasparenza e tutelare il valore della produzione nazionale.

L’impatto non sarebbe limitato alle imprese agricole. Maggiore chiarezza sull’origine significherebbe riconoscibilità sui mercati, ma anche ritorno economico per i territori, occupazione, presidio delle aree rurali. In altre parole, una politica dell’export che non riguarda soltanto le cifre, ma la tenuta sociale di intere comunità.

Resta il nodo infrastrutturale. Secondo il Centro Studi Divulga, i ritardi logistici costano all’agroalimentare italiano circa 9 miliardi di euro l’anno. Un divario che pesa soprattutto nella connessione tra Nord e Sud e nei collegamenti marittimi e ferroviari internazionali. Una rete integrata – aeroporti, alta velocità, trasporto cargo – potrebbe incidere in modo significativo sulla competitività del sistema. E proprio per un paese come l’Italia, che sull’export agroalimentare fonda una parte rilevante della propria economia, la partita si gioca proprio sull’equilibrio tra qualità riconosciuta, tutela dell’origine e infrastrutture adeguate.