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Scenari

“Boom del Fiano in Scandinavia ma la Campania puó fare molto di più”

23 Novembre 2013
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L'esperienza del mega evento sui bianchi e i rossi della regione: “Grande interesse della stampa straniera”


Paolo De Cristofaro e un vigneto dell'irpinia

La Campania del vino diventa una squadra e veste biancorosso.

Sì perché se da sempre la pattuglia dei chiari domina la scena, adesso c’è la combriccola degli scuri che comincia ad emergere e a chiedere spazio. E c’è chi è convinto che questa fusione possa solo far bene al comparto enologico della regione. Come per esempio Paolo De Cristofaro, giornalista e mente di Campania Stories, insieme a Massimo Iannaccone e Diana Cataldo di Miriade&Partners. Campania Stories – I vini bianchi si svolge in questi giorni in Irpinia, dopo tre giorni sulla costiera amalfitana. È la presentazione delle nuove annate ad operatori del settore e alla stampa nazionale ed estera. “Il primo capitolo di un grande libro che si leggerà in 3-4 anni”, è la metafora di De Cristofaro, che scambia due chiacchiere con noi mentre si trova a Mercogliano, in Irpinia.

Campania Stories nasce dalle esperienze di Taurasi Vendemmia e BianchIrpinia. È la voglia di far sistema in una regione che dal punto di vista vitivinicolo è frammentata in tante piccole aziende?
“È esattamente questo, il brand Campania ha comunque un appeal forte soprattutto sull’estero, i giornalisti asiatici e americani conoscono più la Campania che l’Irpinia. È un modo per facilitare la comunicazione con gli operatori specializzati e dall’altra parte un modo per dare alle aziende irpine che sono state pioniere una possibilità di creare delle sinergie”.

Obiettivo centrato?
“Siamo agli inizi, le somme le tireremo fra qualche anno. Sono capitoli di un libro, il vino campano non si può raccontare tutto in una volta. Faremo approfondimenti su tutti i vitigni. La Campania ha 4 Docg, 15 Doc e 10 Igt, ha più cultivar censite di tutta la Francia messa insieme. Questa varietà del territorio al momento viene vista come una difficoltà da chi deve scrivere su questa regione, per noi è una sfida stimolante”.

Intanto Campania Stories è già partito. Prima impressione?
“C’è grandissima curiosità e interesse, per le risorse che avevamo a disposizione non abbiamo avuto la possibilità di accogliere tutta la stampa straniera. Chi c’è è rimasto colpito dalla differenza fra il furore e il calore della costiera amalfitana dove siamo stati nei primi giorni e il freddo e il fascino dell’Irpinia”.

Come sta il vino campano?
“Bisogna sempre tener conto dell’eterogeneità. Ci sono zone e produzione in salute che stanno mantenendo le quote di mercato e sviluppando export. Penso al Greco di Tufo, al Falanghina, al Fiano di Avellino che riscuotono parecchio successo negli Stati Uniti e stanno cominciando a conquistare la Scandinavia visto che si abbinano bene al salmone e alle cucine sperimentali del nord Europa. Pure in Asia si comincia a intravedere qualcosa”.

E i rossi?
“Soffrono di più, di un Taurasi per esempio non c’è la consapevolezza piena delle potenzialità che può esprimere. D’altronde in questo momento è difficile far capire i vini da lungo invecchiamento, non ha senso stappare un Aglianico prima di 8-10 anni. Però c’è qualche tipologia che comincia a riscuotere consensi”.

Su quale rosso campano scommettiamo?
“Sul Piedirosso perché ha tutte le caratteristiche dei vini in voga in questo momento. Fruttato, ma non banale, dal carattere vulcanico, note affumicate e minerali. Di facile beva, ma identitario. Come un Beaujolais, ma più buono”.

Francesco Sicilia