Il ceto medio, se esiste ancora, ha sempre meno soldi, ma ha ancora (tanta) sete. Perché queste feste, beh, nelle stories e nei reel natalizi, dove si brinda con parenti che non ci va di vedere e mogli e mariti che hanno smesso di piacerci, deve per forza esserci lo Champagne.
Ma lo spumante più chic del mondo, lo Champagne, ha prezzi che, almeno dal Covid in poi, come quelli di tutte le cose belle in questo pianeta surriscaldato, continuano a salire, come le bollicine verso la sommità dei flûte, mentre nel Paese reale i soldi sono (da tempo) finiti.
Se i marchi di moda si sono inventati le linee essential e jeans, da poveri insomma, i francesi stanno provando, con successo, a fare la stessa cosa col Meunier. Certo, sull’etichetta c’è sempre scritto Champagne, ma dentro la bottiglia non ci sono né Chardonnay né Pinot nero.
Ed ecco che il sogno dello Champagne social (non socialist) diventa reale per (quasi) tutti: in teoria stanno bevendo, e soprattutto fotografando, un blanc de Meunier, che in foto assomiglia molto ai magnifici blanc de blancs o ai grandi blanc de noirs della Aube, ma nel bicchiere di Champagne, quello forse a cui siamo sempre stati abituati, c’è ben poco.
Nei locali ormai, in quelli cool soprattutto (pochi quelli creativi con delle entrate economiche), quelli dove nelle playlist torna di moda la musica indie e i sommelier vestono Carhartt e ti salutano con grandi sorrisi, alla mescita c’è sempre uno Champagne, udite udite, a prezzo accessibile.
E via di show off, via di stories con tag del produttore: si beve Champagne all’aperitivo del mercoledì, come un broker di borsa.
Il problema è che il Meunier è un’uva cheap, costa una frazione dello Chardonnay e del Pinot nero, e ve la vendono quasi allo stesso prezzo. Ma voi, con la scarica di dopamina delle views, siete già a posto. Poco importa che quel vino non abbia mai quella vibe, quell’inconfondibile je ne sais quoi che hanno gli Champagne veri, gli altri, quelli sfavillanti blanc de blancs che fanno apparire tutti più magri e sopportabili, o quell’intensità free dei grandi Pinot nero in purezza. Il Meunier è come questo momento storico: grigio, piatto e senza sussulti, l’uva della maggioranza silenziosa.
È la dura realtà del tardo capitalismo: le cose belle, quelle vere, sono poche e per pochi. È come la moda: non state vestendo Armani, ma Emporio Armani. Il lusso non è mai diventato democratico, vi hanno solo venduto un lusso di serie B.
E allora qua immagino i commenti: “ma allora La Closerie?”, “ma allora La Pucelle Brut Zero?”. Boh. Io, con quei soldi, bevo quelli veri.
Tutti a blaterare di grande energia, di Champagne che spiazzano, di ingressi sferzanti, di progressioni ardite, quando in realtà, se avessero i soldi o se qualcuno pagasse il conto al posto loro, andrebbero tutti, sempre, per uno Chardonnay 100%.
Sì, sarebbe bello che il vino fosse più democratico, che tutti potessero brindare al nuovo anno con blanc de blancs seducenti. Non accadrà, perché non possiamo più permettercelo. Vestiamo le linee povere dei designer di moda, le capsule collection del fast fashion, che nelle foto sono belle ma poi, nei materiali, non sono fashion per niente.
Ecco, come il blanc de Meunier, che nelle foto è uno Champagne come quelli veri.