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Scenari

Il Guardian: “Tutti pazzi per gli Orange Wine”. Ma sono sempre buoni? Qualche avvertenza

30 Maggio 2024
Gli Orange wine protagonisti a Taormina Gourmet - ph Vincenzo Ganci, Migi Press Gli Orange wine protagonisti a Taormina Gourmet - ph Vincenzo Ganci, Migi Press

Gli orange wine sono tornati di moda, anche se forse di moda non sono mai stati. Tutti berremo orange wines, lo dice per esempio il Guardian (leggi qui>), autorevole quotidiano di Londra che certamente un peso su ciò che diventa trendy ce l’ha. La colpa, o il merito dipende da come la pensate sembra essere, ancora (?) di Tik Tok. Grazie all’app cinese infatti, questi vini strani, chiamateli pure amber o orange, (io preferisco dire macerati) stanno esplodendo negli e-commerce e sui tavoli dei wine bar, o almeno di quelli fighi. Da sempre, a volte anche a sproposito associati al mondo dei cosidetti “vini naturali”, gli amber wines sono semplicemente vini bianchi vinificati come se fossero dei rossi, ovvero con il mosto a contatto (macerazione) con le bucce delle uve, (skin contact, nome sexy vero?) che cedono così (tra le altre cose) gli antociani, responsabili della colorazione del vino. Sì è vero, i vini arancioni sono belli, vengono bene in foto, fa figo berli in piedi, davanti alle venues da gente che piace, vengono bene nei feed di Instagram, ma poi come sono? Se oltre a metterli in una storia o in un post qualcuno volesse, anche, berli, cosa deve aspettarsi?

Intanto dei vini diversi, di sicuro più complessi e stratificati, meno edonisti, materici e intellettuali forse, nel senso che nei casi meglio riusciti riescono a fare vibrare parti di noi, che di solito non vibrano, un po’ come i dischi dei Radiohead dopo il 2000. Intanto, non tutti gli orange sono uguali, le macerazioni appunto sono di lunghezza variabile e possono durare pochi giorni come molti mesi, più lunga sarà la macerazione, più intensa sarà l’intensità del colore e la stratificazione organolettica. Cosa aspettarsi quindi? Sicuramente qualcosa di nuovo, intenso, antico già all’olfatto, sensazioni che non avete mai trovato nei bianchi canonici, quelli che sulle schede da ginecologi del vino si definiscono paglierini o verdolini, colori che poco hanno a che fare con la vita, e con la gioia (a proposito, leggi questo articolo>). Un colore sexy, un olfatto stratificato e complesso, ma poi, in bocca come sono? Vi starete ancora chiedendo.

Quelli ben fatti e buonissimi, nelle mani di chi li sa fare (come non citare il vignaiolo friulano Josko Gravner, il primo forse tra l’altro a utilizzare le anfore in Italia), vini caleidoscopici, materici, appaganti in grado di emanare una luce salvifica, in certe penombre, come nei quadri di Caravaggio. Vini bianchi che si bevono col trasporto di un rosso, bianchi appaganti senza rinunciare alla complessità, fisici e intellettuali al contempo, come il Miles Davis degli anni ‘60. Due avvertenze, prima di stappare la vostra orange summer: non sempre orange wine è sinonimo di vino naturale o artigianale, spesso anche le grandi cantine convenzionali commercializzano vini macerati, prodotti in modo canonico e sottoposti a macerazioni più o meno lunge. L’unico modo per avere contezza dell’artigianalità e della genuinità di un vino è conoscere chi lo fa, la sua storia, il suo approccio alla vita e alla vigna; i vini orange, come del resto tutti gli altri tipi di vino possono essere magici, (quando lo sono, si vola, davvero), ma spesso e volentieri la tecnica della macerazione è utilizzata da produttori con scarsa esperienza e ancor più scarsa tecnica enologica, come scorciatoia verso il successo, e verso una nicchia di mercato, in espansione costante.

L’unico modo per essere sicuri di non incappare in vini imprecisi, o spiacevoli è come sempre ascoltare il vostro sommelier di fiducia, mai come in questa categoria c’è bisogno di un essere umano, che vi guidi nell’eno-labirinto di questi vini antichi e che sembrano venire, sempre, dal futuro.