Beviamo di meno perché siamo più soli o siamo più soli perché beviamo di meno? Al vino serve la socialità per esistere, o alla socialità serve il vino per prendere forma? Ne hanno scritto in modo allarmato anche l’Economist (leggi qui) e il WSJ, non certo la Bibbia dei wine lovers (ma ne esiste una?), perché sta scomparendo la socialità legata agli spazi, alle tavole, alla condivisione fisica, in favore di una nuova, diversa, più legata alla salute, al vivere clean in maniera educata, pacata e poco divertente.
Per la Gen Z, ma non solo per quella, la palestra sembra avere rimpiazzato i pub e i wine bar come spazio di socialità condivisa, e al massimo, dopo la palestra, si va in un ludo pub a bere energy drink giocando a Risiko.
Alla geografia dei carri armati che sfidano per conquistare la Groenlandia (!) o la (il?) Kamchatka (?), continuo a preferire quella dei terroir del vino: la trovo più divertente. Alla socialità dei kidult continuo a preferire quella degli adult e basta.
Così come continuo a pensare che se al bancone di un pub si raccontano grandi storie, nascono (grandi) amori, si raccontano belle storie, si fanno o almeno si progettano rivoluzioni, nelle palestre… boh.
A parte la pessima IDM, trasmessa da speaker troppo economici, non mi pare si parli molto, ci si diverta; non si vede quasi mai gente che ride, anche perché sudare e ridere sono attività difficili da far coincidere. Sudare sa di sofferenza e pesantezza, c’è poco di leggero nel sudare.
Il successo del dry mi fa paura (lo cantavano già gli Skiantos: “Morirai sanissimo, ti piacerà pochissimo”), come il successo delle diete perenni: la dieta non come stato d’eccezione, ma come visione del cibo e delle bevande, quindi come posologia medica e non come strumento di godimento e condivisione del godimento. L’elogio della temperanza, dell’astinenza e di ogni cosa la cui caratteristica principale è una mancanza, è essere senza qualcosa che, di volta in volta, sono i grassi, i carboidrati. Ogni nutriente a giro diventa una sorta di lettera A scarlatta con cui separare i buoni dai cattivi, il peccato dalla virtù, i santi dai peccatori.
La temperanza nasce in un secolo triste, in un posto triste, e sembra voler far diventare così anche il nostro presente.
Un mondo in cui si vendono più giochi da tavolo che bottiglie di Nebbiolo è un mondo che mi fa paura. Un mondo in cui degli adulti bevono tè fermentato muovendo carri armati di plastica colorata su un planisfero di pessima carta è un mondo triste, magari con migliore metabolismo e livelli di colesterolo molto bassi, ma dove non ti viene voglia di fare tardi.
Un mondo in cui tutti vanno a letto presto e gli unici nottambuli sono maranza barbuti e pericolosi sembra essere la dicotomia sociale che ci attende nelle sere di questo millennio surriscaldato, dove gli esseri umani contano le calorie e non i baci, dove essere sani è un fatto di astinenza e mai di pienezza, dove non si vedono più le stelle perché quando compaiono nel cielo o già si dorme oppure si è chiusi in un sotterraneo a fare hyrox.
È più sano essere più soli con i valori del sangue perfetti o innamorarsi in un’alba atomica bevendo Arran liscio?
Io, più che vita sana, vita clean, vita lenta, la chiamerei vita frigida: che a forza di proteine ed energy drink abbiamo smesso di riconoscere davvero i sapori, tra cui quello della vita.