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Scenari

Sos Coldiretti: stop al raddoppio dell’import di olio tunisino. Mazzata per la produzione italiana

03 Gennaio 2026
David Granieri, vicepresidente nazionale Coldiretti e presidente Unaprol David Granieri, vicepresidente nazionale Coldiretti e presidente Unaprol

Per Unaprol fatto gravissimo: "Così si favoriscono i trafficanti che rivendono olio africano spacciandolo per italiano"

La questione dell’olio tunisino a dazio zero torna al centro del dibattito europeo. L’annuncio del governo di Tunisi dell’avvio di negoziati con l’UE per aumentare a 100.000 tonnellate annue il contingente di esportazione agevolato, riapre la principale ferita della filiera olearia italiana e interroga sulla ratio delle politiche agricole comunitarie.

Secondo Coldiretti e Unaprol, il raddoppio delle quote rappresenterebbe una scelta definita suicida, non solo per i produttori, ma per l’intero sistema agroalimentare europeo. L’accusa è… lampante: l’Europa, nel tentativo di abbassare i prezzi, starebbe progressivamente smantellando le proprie produzioni distintive, a partire da quelle che più incarnano un’identità agricola e culturale, come l’olio d’oliva. Di fatto, trattandolo da commodity.

Combattiamo ogni giorno i trafficanti di olio. Aumentare gli arrivi a dazio zero favorirà ulteriormente l’immissione di olio extravergine d’oliva a basso costo, spesso di dubbia qualità, che colpisce gravemente il nostro patrimonio agroalimentare di eccellenza – spiega David Granieri, vicepresidente nazionale Coldiretti e presidente Unaprol – Si tratta di un modello che incentiva l’industria a scegliere il prezzo più basso anziché la qualità incidendo sulla tenuta economica dei produttori agricoli. Non possiamo permettere che una concorrenza sleale danneggi il mercato dell’olio d’oliva e le nostre produzioni di alta qualità. Siamo pronti con le nostre bandiere gialle, con le nostre imbarcazioni e soprattutto con i nostri soci olivicoltori a presidiare i porti e le frontiere da cui passano le cisterne di olio pronte a diventare italiane con l’inganno. Difendiamo così anche la salute dei cittadini, perchè non vorremmo che questi oli finti made in Italy presentassero anche rischi anche sulla possibile tossicità. Diciamo basta, basta, basta“.

I numeri aiutano a comprendere il problema: l’Italia produce circa 300 mila tonnellate di olio all’anno, ne consuma oltre 400 mila e ne esporta quasi altrettante. Un equilibrio fragile, che rende fisiologico il ricorso alle importazioni. Eppure, nello stesso contesto, il prezzo riconosciuto agli olivicoltori italiani è crollato fino al 30 per cento. Un paradosso che Coldiretti definisce speculativo, attribuendolo a una parte dell’industria che privilegia l’approvvigionamento estero a basso costo, comprimendo il valore del prodotto nazionale.

Nei primi nove mesi del 2025 gli arrivi di olio tunisino in Italia sono aumentati del 38 per cento, mentre le quotazioni dell’extravergine italiano hanno perso oltre il 20 per cento. L’olio proveniente dalla Tunisia (del quale abbiamo già parlato qui) viene oggi collocato sul mercato “sotto i 4 euro al litro”, esercitando una pressione al ribasso che rischia di spingere molti produttori al di sotto dei costi di produzione. Una dinamica che, secondo le organizzazioni agricole, non redistribuisce valore lungo la filiera, ma concentra i margini a valle, lasciando agli olivicoltori il peso maggiore dell’aggiustamento.

Il contesto internazionale rende il quadro ancora più complesso. Nella campagna 2025-26 la Tunisia è attesa come secondo produttore mondiale di olio d’oliva, subito dopo la Spagna. L’accordo di associazione con l’UE, firmato nel 2016 e ridefinito nel 2019, consente già adesso l’ingresso a dazio zero di 56.700 tonnellate annue di oli vergini d’oliva. L’ipotesi di un ulteriore ampliamento, in assenza di un rafforzamento dei controlli e delle tutele, è ciò che alimenta le maggiori preoccupazioni.

Non si tratta soltanto di concorrenza sui prezzi. Coldiretti e Unaprol denunciano pratiche opache che coinvolgerebbero una rete di frantoi e operatori in grado di “regolarizzare” come extravergine italiano oli che non lo sono, sfruttando falle nei sistemi di tracciabilità e controllo. Episodi già emersi in passato, anche in regioni simbolo come la Toscana, dove piccoli conferimenti non contabilizzati avrebbero generato disponibilità fittizie di olio poi commercializzato come 100 per cento italiano. Un meccanismo che, se confermato, non danneggia solo i produttori onesti, ma mina la fiducia dei consumatori.

Da qui la richiesta di intensificare i controlli, affidandoli all’Icqrf e alla Guardia di Finanza, e la disponibilità, più volte ribadita, a iniziative di presidio nei porti e ai valichi di frontiera. La posta in gioco, sottolineano le associazioni agricole, riguarda anche la tutela dei cittadini, chiamati a distinguere in etichetta un olio che porta i colori del tricolore ma che spesso nasce altrove, secondo standard produttivi diversi da quelli richiesti agli olivicoltori europei.

FP