Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Scenari

Olio d’oliva, la Tunisia fissa il prezzo minimo: una minaccia per le produzioni italiane?

29 Dicembre 2025
olio d'oliva
olio d'oliva

La Tunisia prova a stabilizzare il mercato interno, ma la misura potrebbe avere effetti ben oltre i confini nazionali. Galbo: "L'Italia deve puntare alla qualità"

La Tunisia prova a stabilizzare il mercato interno fissando un prezzo di riferimento per l’olio d’oliva alla fase di molitura. Ma la misura potrebbe avere effetti ben oltre i confini nazionali. Il valore – circa 3,3 euro al chilo – rischia di tradursi in un prezzo minimo all’export in grado di alimentare una  forte concorrenza sul mercato europeo e, in particolare, su quello italiano.

La mossa di Tunisi si può interpretare come un tentativo di “guidare” il comparto interno per sostenere i produttori, ma potrebbe mettere in difficoltà i principali paesi importatori, a partire dall’Italia. Nel dettaglio, il prezzo di riferimento per le transazioni dell’olio d’oliva a livello di frantoi viene fissato a 10 dinari al chilo (3,3 eu/kg) nella fase di molitura, con un meccanismo di aggiornamento settimanale o quando necessario in funzione dell’andamento del mercato.

Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata, il prezzo di 10 dinari al chilo corrisponderebbe a un valore di poco superiore ai 3.000 euro a tonnellata e potrebbe tradursi, nei fatti, in un prezzo minimo all’export attorno ai 3.150 euro a tonnellata, con possibili effetti indiretti su un mercato mediterraneo interconnesso, dove Spagna, Italia e Grecia restano i principali poli produttivi e commerciali. I dati più recenti disponibili confermano la centralità economica del comparto, ma anche la fragilità dovuta alla volatilità dei prezzi internazionali.

Stando all’ultimo report pubblicato ad agosto da Ismea sulle tendenze dell’olio d’0liva, dopo due anni di rialzi dei listini fino a livelli mai registrati prima, con la campagna produttiva iniziata nell’autunno del 2024, le quotazioni del prodotto proveniente dai competitor dell’Italia sono scesi in conseguenza di un’offerta internazionale tornata alla normalità. L’Evo spagnolo è passato rapidamente dai quasi 9 euro ai 3,60 al kg di giugno 2025, guidando verso la stessa direzione anche quello greco e tunisino. Così non è stato per l’extravergine italiano, restato saldamente in media sopra i 9 euro al chilo, nonostante uno scenario internazionale decisamente flessivo.

Adesso, occorrerà osservare l’impatto sull’export, soprattutto verso l’Unione europea, che assorbe la quota maggiore dei volumi, con Spagna e Italia tra i principali importatori. Una strategia aggressiva i cui effetti potrebbero farsi sentire presto sul nostro mercato. Il timore, per una parte della filiera nazionale, è che un rafforzamento della presenza tunisina possa comprimere ulteriormente i margini, soprattutto nelle fasce medio-basse del mercato.

Un rischio concreto, quindi, anche se l’Italia si caratterizza per un posizionamento diverso, più orientato verso le produzioni di qualità certificata, Dop e Igp, e sugli extra vergini a forte identità territoriale. “Negli ultimi due decenni la Spagna – che è il principale produttore al mondo – ha fatto il buono e il cattivo tempo del mercato dell’olio”, osserva Indra Galbo, assaggiatore professionista di olio e curatore della guida Oli d’Italia del Gambero Rosso.

“Adesso che la Tunisia si è affacciata, anche grazie all’aiuto europeo, sul mercato mondiale, seppure in un modo abbastanza prepotente, ne stiamo un po’ tutti pagando le conseguenze dopo aver avallato certe scelte – ammette -. Sicuramente, questa è l’ennesima prova che l’olio, a livello mondiale, viene percepito come una ‘commodity’, e di fatto viene sempre meno considerato ‘oro verde’, una materia prima fondamentale, e più un grasso vegetale come tanti altri”.

Questa notizia, quindi, “mi sorprende, ma non troppo perché queste sono le conseguenze di chi ritiene l’olio come una semplice commodity, come qualcosa che deve essere presente sulla tavola indipendentemente dalla sua qualità”. “Probabilmente quello potrebbe essere anche il valore dell’olio tunisino – prosegue Galbo – ma in un contesto come il nostro deve preoccuparci fino a un certo punto perché noi in Italia produciamo puntando soprattutto alla qualità. Solo un Paese forte da un punto di vista olivicolo riesce a contrastare un mercato mondiale così fragile”, avverte.

Ma come può tutelarsi il consumatore? “Scegliendo prodotti 100% italiani o meglio ancora Dop e Igp – spiega -. Poi, documentandosi come è già successo per il vino e per tanti altri prodotti. E scegliendo tra le nostre 500 varietà autoctone che sono garanzia di provenienza territoriale e conseguentemente anche di qualità. L’Italia detiene un patrimonio inestimabile per la biodiversità e, da questo punto di vista, possiamo solo salire in cattedra”, conclude.