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Scenari

“I vini non sono naturali, sono culturali”

17 Luglio 2015
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di Daniele Cernilli, Doctor Wine

È evidente, direi ineluttabile, che ci si debba occupare delle attività umane in senso ecocompatibile. 

L’industria come l’agricoltura, e in senso più estensivo anche la finanza, dovranno tener conto di una serie di fenomeni planetari. Aumentiamo di numero nel mondo, aumentiamo l’inquinamento, avremo in un prossimo futuro il compito di affrontare temi come quello dell’uso della terra coltivabile, dell’acqua, dell’energia rinnovabile. Il vino non fa eccezione, e a tutto questo, o comunque ad alcuni aspetti di tutto questo, c’è chi risponde facendo appello a una maggiore “naturalità” in viticoltura e nelle pratiche enologiche.
Fin qui sembrerebbe un’opera positiva e meritoria. Senonché tutto viene fatto in assenza di una legislazione specifica e persino di una definizione precisa di ciò che s’intende per “naturale”, lasciando il campo aperto a una serie di ambiguità e di forzature, quando non vere e proprie truffe commesse da qualche “ecofurbo” ai danni dei consumatori.

Andiamo con ordine.
Il termine “naturale” non è allo stato attuale utilizzabile perché manca una normativa su come e quando utilizzarlo. Chi lo fa se ne appropria, molto spesso con le migliori ragioni del mondo, gettando il cuore al di là dell’ostacolo, ma compie comunque un abuso.
Ma per utilizzare quel termine, e per normarlo a livello legislativo, bisogna innanzi tutto avere un’idea comune, una definizione accettata da tutti, su quale sia il significato di “natura”. In assenza di questo, qualunque appello alla “naturalità” risulta ambiguo, forzato, impreciso e qualche volta persino truffaldino.
La parola “natura” con la “n” minuscola o maiuscola, ha avuto nel tempo e nei luoghi diverse valenze e differenti significati. Non voglio arrivare e citare Schelling o Leopardi, e neanche i Presocratici, come faceva un grande maestro di vigna come Edoardo Valentini. Mi basta ricordare che chi parla di natura, in genere, lo fa per contrapporla, come elemento positivo e desiderabile, e quindi idealizzato, all’attività umana.

Insomma, i grandi umanisti del ‘400 (che di natura parlavano molto), preconizzando quella ricerca scientifica che vide i suoi pionieri in personaggi come Leonardo e Galileo, sarebbero gli iniziatori di una tradizione “malvagia”, che vide l’opera umana, intesa come ricerca, come oggettivazione della natura in quanto, appunto, “oggetto” di ricerca, indirizzata verso metodologie e procedimenti che lentamente fondarono la scienza moderna.
Uomo e natura divisi, insomma. La materia autocosciente che indaga l’oggetto inerte della sua ricerca. Lo spirito e la materia, l’ésprit de finesse et l’ésprit de géométrie, il soggetto e l’oggetto.

In altre parti del mondo alle posizioni cartesiane e kantiane si rispose sottolineando come anche noi siamo natura, ne facciamo parte, interagiamo con il resto delle cose in modo autocosciente, è vero, ma proprio per questo abbiamo il compito e il dovere di esistere in modo compatibile con tutto il resto.
Non è un caso che gran parte delle teorie legate alla New Age derivino in gran parte proprio dalle filosofie orientali.

Ma che c’entra tutto questo col vino? Provo a spiegarmi. Chi parla di “vino naturale” si spera non intenda il termine in senso preciso. Perché a ben vedere nessun vino è naturale. I vigneti non esisterebbero senza l’attività umana, la vite è una liana e siamo noi che la costringiamo in filari, in vigneti, e il tutto finalizzato alla produzione di vino, che è un prodotto immaginato, voluto e realizzato dall’uomo e per l’uomo.
Basterebbe questo per affermare che tutti i vini sono “culturali”.

Oppure tutti i vini sono naturali, se consideriamo l’attività umana, la nostra cultura, il nostro modo di interagire con il resto del mondo, come operato da una parte della natura, rappresentata dal’Umanità e dalle conseguenze che la sua esistenza determina su tutto il resto.
Perciò non c’è e non ci sarà una risposta non ambigua se non definiamo l’ambito della naturalità, se non ci mettiamo d’accordo su cosa significa, innanzi tutto. Altrimenti ci saranno solo discussioni senza costrutto, gli scienziati contro i sacerdoti, i laici contro i chierici, senza chiederci invece come mettere insieme la scienza e l’esigenza dell’eco compatibilità.

Come? Ma come si deve fare per dialogare, provando a capire cosa c’è di buono in entrambe le posizioni. Comprendendo che la ricerca, la razionalità, la scienza, sono aspetti irrinunciabili del nostro “non esser fatti per viver come bruti”.

E non sottovalutando le ragioni di chi, magari emotivamente e qualche volta fideisticamente, cerca di operare nel rispetto delle compatibilità ambientali.
E’ un appello al semplice buon senso e un’apertura di credito nei confronti di chi non la pensa come noi, riconoscendo almeno la buona fede dell’avversario.
Da lì, e dal tentativo di una definizione comune della natura, forse si potrà partire per fare dei discorsi un po’ più utili.