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Scenari

Silvana Ballotta (Business Strategies): “Il vino è un malato immaginario e va ripensato, non reinventato. I dazi? Ora calma e lucidità, il trumpismo sia sta avvitando su se stesso”

22 Febbraio 2026
Silvana Ballotta, ceo di Business Strategies Silvana Ballotta, ceo di Business Strategies

Il ceo della società che promuove l'internazionalizzazione delle cantine: "È una fase di transizione complessa, inutile difendere i volumi bisogna puntare sul valore. Le fiere? Non servono più per prendere ordini ma luoghi di relazione". Il caso Wine Paris

Mentre scriviamo quest’intervista arriva la notizia che la Corte Suprema Usa ha bocciato i dazi imposti quasi un anno fa da Donald Trump, che hanno travolto il vino italiano. La chiacchierata con Silvana Ballotta, ceo di Business Strategies, parte da qui.

E adesso cosa succede?
Non illudiamoci. Credo che il capitolo non sia ancora chiuso, a giudicare dagli “anatemi” di Trump dopo la sentenza della Corte. In ogni caso bisogna riconoscere che le tanto invocate richieste di contromosse forti e vendicative, a tutela del vino italiano, si sono sgonfiate e ad oggi sono prive di significato. Ha avuto ragione l’Europa con i suoi principi di calma, lucidità e invito all’apertura di nuovi mercati, mentre il trumpismo si sta avvitando su se stesso.

Periodicamente è molto utile sentire l’amministratore delegato di Business Strategies, società che l’anno prossimo celebra i vent’anni di attività occupandosi principalmente di promuovere lo sviluppo dei vini italiani nei Paesi extra Ue, anche attraverso quei contributi che l’Europarlamento ha messo a disposizione del settore. BS ha chiuso lo scorso anno con un +10% di fatturato, segno di un’attività dinamica, e più recentemente il team di Silvana Ballotta sta lavorando a progetti di forte integrazione tra vino, lifestyle, cultura, design e moda. Puntualizza l’ad: “Registriamo e interpretiamo l’esigenza dei vari settori del made in Italy in un’azione coesa e coordinata per la promozione e la diffusione della nostra italianità nei mercati internazionali”.

Più in generale, come sta il vino italiano?
Il vino italiano? È un malato immaginario. Battuta a parte, sta vivendo una fase di transizione complessa. Non è un settore in crisi, ma è sicuramente un settore sotto pressione. Da un lato abbiamo fondamentali solidi: reputazione internazionale altissima, una biodiversità vitivinicola straordinaria, brand territoriali fortissimi e una qualità media cresciuta enormemente negli ultimi vent’anni. Dall’altro lato, però, il contesto è cambiato: calo strutturale dei consumi in molti Paesi maturi, inflazione e riduzione del potere d’acquisto, maggiore sensibilità verso il tema salute, instabilità geopolitica e commerciale. Il vino italiano oggi deve ripensarsi, non reinventarsi: il prodotto è forte, ma serve una nuova capacità di lettura del mercato.

Cosa è più importante affrontare: dazi, calo dei consumi, questione etichettatura, attacco all’alcol, crisi economica o cos’altro?
In realtà non esiste un solo problema prioritario, perché tutti i fattori si intrecciano. Il calo dei consumi, soprattutto nei Paesi maturi, è il tema strutturale più importante. Le nuove generazioni bevono meno e in modo diverso. Non è solo una questione economica, ma culturale. Serve un lavoro di comunicazione e posizionamento, non solo di prezzo. L’attacco culturale all’alcol, più che una demonizzazione, è una nuova sensibilità. Il vino deve cambiare narrativa, deve difendere e riaffermare la propria identità culturale, territoriale e gastronomica, evitando di essere assimilato a un semplice prodotto alcolico. Le spinte verso etichette allarmistiche o verso una standardizzazione europea rischiano di penalizzare il settore. Ma anche qui la risposta non può essere solo difensiva: serve trasparenza, sostenibilità reale e capacità di dialogo. I dazi e le tensioni commerciali sono un fattore importante, ma più congiunturale. E lo dimostra quello che sta accadendo negli Usa. Il vero nodo è la diversificazione dei mercati e la riduzione della dipendenza da pochi Paesi chiave.

Comunque con gli Usa il calo dell’export sembra vistoso…
Gli Stati Uniti d’America restano centrali, ma stanno cambiando: consumi in rallentamento, crescita di categorie alternative, forte polarizzazione tra fascia alta ed entry-level, riduzione delle scorte dopo il Covid. Il calo dell’export italiano è in parte fisiologico, dopo anni di crescita sostenuta. La sfida non è difendere i volumi, ma puntare sulla premiumizzazione e sulla valorizzazione dei territori.

Come è andata a Parigi? Wine Paris è una fiera importante? E più in generale le fiere hanno ancora un senso?
Wine Paris si è confermata una delle fiere di riferimento a livello internazionale. È diventata un hub strategico per il trade europeo e sempre più globale, con una forte presenza di buyer qualificati e un’organizzazione molto orientata al business. Oggi è uno degli appuntamenti chiave per capire dove sta andando il mercato. Le fiere hanno ancora senso, ma non come anni fa. Non sono più solo luoghi dove prendere ordini: sono piattaforme di relazione, posizionamento e lettura dei trend. In un mercato più lento e selettivo, l’incontro fisico conta ancora molto, soprattutto per il vino, che è un prodotto esperienziale. Però le aziende devono essere più strategiche: meno presenze automatiche, più obiettivi chiari.

Dal report di Valoritalia viene fuori un mondo del vino italiano che resiste. E resiste meglio se le aziende sono medio-grandi. Siamo davanti a una svolta? (qui un articolo)
I dati più recenti confermano che il vino italiano sta attraversando una fase di assestamento e trasformazione. Secondo l’Annual Report di Valoritalia, pur con un lieve calo complessivo degli imbottigliamenti, le denominazioni di origine controllata e garantita tengono e mostrano addirittura una crescita, a dimostrazione della continua domanda di qualità certificata. Un segnale importante del cambiamento è proprio la concentrazione produttiva: cinque grandi operatori coprono circa il 18% dei volumi certificati nel segmento Doc/Docg/Igt, in un sistema che altrimenti resta estremamente frammentato, con decine di migliaia di cantine. C’è un cambiamento in atto, più evolutivo che rivoluzionario: una svolta verso un settore più organizzato e professionale, dove la capacità di fare sistema — consorzi, alleanze, strategie di mercato — diventa un fattore chiave di competitività.

I consumi dei vini bianchi sono in crescita. Supereranno i rossi?
Il consumo di vini bianchi è in crescita ed è più dinamico rispetto a quello dei rossi, soprattutto nei segmenti leggeri, freschi e spumanti. Tuttavia i rossi restano ancora molto importanti — e la loro leadership non è del tutto superata in tutti i mercati — ma la tendenza è chiaramente verso un maggiore equilibrio e talvolta verso i bianchi nelle preferenze attuali.

Un giudizio sul video promosso dal ministro Lollobrigida che dovrebbe rilanciare il vino?
È un segnale politico rilevante perché arriva da un’autorità nazionale e cerca di spostare il dibattito pubblico: anziché parlare di limitare o demonizzare l’alcol, si parla di valorizzare il vino come parte della cultura italiana, difendendo l’identità e l’export. Questo tipo di comunicazione può essere utile per contrastare narrazioni negative e per rafforzare la percezione del vino nelle generazioni più giovani, se fatto però con coerenza e messaggi credibili. Al di là del video va ricordato che la promozione del settore non si limita a spot istituzionali: il Governo sta lavorando anche su tavoli regolatori europei, pacchetti legislativi e iniziative di promozione internazionale proprio per sostenere export e mercati.

Ci sono aziende modello che stanno affrontando meglio questo momento dal punto di vista della comunicazione?
Ci sono alcune aziende italiane che oggi sono considerate modello nella comunicazione e nel marketing del vino, perché usano strumenti digitali, storytelling e iniziative esperienziali oltre alla semplice promozione di prodotto. Non è solo questione di dimensione, ma di strategia. Le aziende che comunicano meglio oggi sono quelle che combinano narrazione autentica, digitalizzazione e capacità di offrire esperienze, oltre a una chiara identità di marca. Possono essere modelli per il settore perché mostrano come si passa dal prodotto alla relazione con il consumatore.