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Scenari

Verso il World Pasta Day: l’Italia è il paese dove se ne mangia di più. Sale la Russia

19 Ottobre 2016
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Compie 18 anni il World Pasta Day, una scommessa vinta su scala globale dalla prima storica edizione di Napoli quando venne fissata la data del 25 ottobre per celebrare, nei quattro angoli del pianeta, l'alimento simbolo della dieta mediterranea: la pasta. 

Ad ospitare quest'anno l'evento sarà Mosca. Una scelta non casuale, 9 russi su 10 sono appassionati di spaghetti, sottolinea Aidepi, l'associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane. E la Russia rappresenta non solo un mercato in crescita, ma ha dato un contributo alla storia stessa della pasta. Perché il mito degli spaghetti made in Italy è nato nell'Ottocento anche grazie al pregiato grano russo, che i pastai italiani di Napoli, Gragnano, Torre Annunziata e Imperia si facevano spedire via nave dal Mar Nero. La diffusione della pasta in Russia è sorprendente. IPO – International Pasta Organisation rivela che nel 2015 ne sono state mangiate 1.106.000 tonnellate, per un consumo pro capite di 7,8 kg annui. Secondo uno studio di Romir Monitoring, ormai la consuma il 94% della popolazione, con una forte preferenza (79%) per quella di grano duro. Per Riccardo Felicetti, Presidente dell'IPO, “I consumatori russi di Mosca e San Pietroburgo sono i più 'evoluti'. Per loro la pasta di grano duro rappresenta un prodotto di eccellenza a un prezzo accessibile. Merito della fama della dieta mediterranea e del fascino della cucina italiana. La prossima sfida sarà farla incontrare con la tradizione gastronomica locale”.

Una prima occasione per fare cultura di prodotto arriverà il 25 ottobre, quando Ipo e Aidepi, in partnership con l'Italian Trade Agency di Mosca, riuniranno all'ombra del Cremlino oltre 200 tra pastai di tutto il mondo, rappresentanti della filiera, opinion leader scientifici, economici, media e blogger, per celebrare la pasta e i pregi nutrizionali di questo alimento sano e naturale, consumato ormai in tutti i continenti e accessibile a tutte le categorie sociali. Con l'incontro ai fornelli tra il top chef russo Vladimir Mukhin e il nostro Davide Scabin che racconteranno le potenzialità e le declinazioni della pasta nella cucina russa.

“I consumatori russi di Mosca e San Pietroburgo – dichiara Riccardo Felicetti, presidente dell’Ipo – sono i più “evoluti”. Per loro la pasta di grano duro rappresenta un prodotto di eccellenza a un prezzo accessibile. Merito della fama della Dieta mediterranea e del fascino della cucina italiana. Una situazione molto diversa da quella degli anni Ottanta, quando sono iniziate le prime grandi esportazioni di pasta verso il mercato russo. All’epoca era considerata soltanto un alimento economico e nutriente. Ora il costo è rimasto più o meno lo stesso, ma la percezione del prodotto è cambiata. E in meglio. La prossima sfida sarà farla incontrare con la tradizione gastronomica locale”.

La Russia resta un mercato strategico per la pasta italiana, la più importata nel 2015 con 29 mila tonnellate e un controvalore di 28,6 milioni di euro. Ma embargo e crisi del Rublo hanno frenato la crescita a doppia cifra degli ultimi 6 anni. Rispetto al 2014 abbiamo esportato il 52% in meno, tornando su volumi e valori di cinque anni fa. E anche i primi 6 mesi del 2016 confermano la caduta (-31%). 

“La Giornata mondiale della pasta – afferma Paolo Barilla, presidente di Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) – ci offre ancora una volta l’opportunità di raccontare questo alimento straordinario che per la sua capacità di superare confini culturali e geografici, si candida a cibo ideale per sfamare il mondo. Rispetto a 18 anni fa, anno del primo World Pasta Day, oggi sono quasi raddoppiati – passando da 30 a 52 – i Paesi del mondo dove se ne consuma più di 1 kg a testa. In Russia la pasta è considerata una scelta sana, naturale accessibile a tutte le categorie sociali e a basso impatto ambientale. La complessa situazione geopolitica ha bruscamente interrotto la crescita del nostro export verso questo Paese, ma noi pastai nella Russia continueremo a crederci e a investire. Ci sono ancora margini per rilanciare questo mercato e tornare a crescere”.

“La pasta è da sempre un asset importante nel paniere di prodotti agroalimentari che l’Italia esporta sul mercato russo, veicolando non solo ottime proprietà nutritive ma una parte importante della storia e cultura culinaria del nostro Paese», afferma Pier Paolo Celeste, direttore dell’agenzia Ice di Mosca. «Non a caso siamo storicamente il primo fornitore della Federazione”.

Se a Mosca la pasta è una tendenza, in Italia dimostra di essere… una certezza. Ancora una volta ci confermiamo paese leader per la produzione (con 3,2 milioni di tonnellate precediamo Usa, Turchia, Brasile e Russia). Siamo anche i più assidui consumatori, con 24 chili pro capite nel 2015, davanti a Tunisia (16 chili pro capite), Venezuela (12 chili) e Grecia (11,2 chili). Seguono poi i paesi in cui il consumo pro capite oscilla tra gli 8 e i 9 chili: Svizzera (9,2), Usa e Argentina (8,8) tallonati da Iran e Cile (8,5). Con 7,8 chili pro capite, la Russia si attesta al decimo posto.

Nel 2015 l’Italia ha esportato 1,8 milioni di tonnellate di pasta, il 56% della produzione. La Germania si conferma il mercato principale per gradimento di pasta tricolore, con oltre 360mila tonnellate e un’incidenza di quasi il 20% del totale, un trend in crescita anche nel primo semestre 2016 (+2,3%). Seguono Regno Unito (257mila tonnellate), e Francia (239mila tonnellate). Sono gli Usa il primo mercato di sbocco extraeuropeo (149 mila tonnellate con un’incidenza di 8,2% sul totale) seguiti dal Giappone (66 mila tonnellate e un peso del 3,6% sul totale). Nei primi sette mesi del 2016, i mercati più dinamici per la pasta italiana sono stati: in Asia la Corea del Sud (+20,6%) e la Cina (+16,4%), mentre si è registrato un vero e proprio boom negli Emirati Arabi Uniti (+67%). Nelle Americhe l’exploit della Colombia (+22%) e le conferme di Usa (+7,3%) e Canada (+6,7%). Intanto in Europa la pasta italiana subisce (ma non troppo) l’effetto Brexit, registrando un -2,7% a volume in Gran Bretagna.
 

C.d.G.