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Scenari

Vitigno Schiava, sempre meno vigneti. “Puntiamo sui bianchi di altissima qualità”

04 Agosto 2015
Vigneto_a_pergola_di_Schiava_Grossa Vigneto_a_pergola_di_Schiava_Grossa

In Alto Adige la superficie destinata alla “Vernatsch” è dimunita del 50 per cento in 50 anni. E continua a diminuire. Il motivo? La conversione da rossi a bianchi, che nella regione stanno avendo sempre più successo



(Vigneto a pergola di Schiava grossa)

di Giovanna Moldenhauer

I vitigni Schiava, o come li chiamano in Alto Adige Vernatsch, continuano a perdere superficie. Un calo ormai costante che si verifica da 50 anni a questa parte, che ormai ha ridotto le superficie vitata al 16,09 per cento in Alto Adige.

Ne parliamo con Werner Waldboth direttore Marketing del Consorzio Vini Alto Adige, che incontriamo durante la presentazione di Autochtona, che si svolgerà dal 19 al 20 ottobre, in contemporanea a Hotel, presso la Fiera Bolzano.

Nel 1970, in Alto Adige, la superficie dedicata al vitigno autoctono Schiava, era del 68 per cento rispetto al totale.
Le Schiave prodotte negli ultimi decenni secondo severi criteri di qualità sia in vigna che in cantina riscuotono consensi e premi come quello ottenuto nel 2009 dal Santa Maddalena classico di Johannes Pfeifer del Pfannenstielhof primo vino da uve Schiava ad avere i Tre bicchieri del Gambero rosso.

Le zone di produzione più importanti per il vitigno, con i relativi microclimi e suoli di composizioni differenti, sono in particolare tre.
Lago di Caldaro dove l’uva vinificato in purezza da vini dal colore rosso rubino chiaro, gusto fruttato di frutta piccola rossa con note tipiche di violetta e mandorla, leggero ed elegante al palato.
Merano dove il colore vira a rosso rubino lucente, con aromi di frutti rossi piccoli come il lampone e l’amarena, Nell’assaggio i tannini sono percepibili e ben integrati, con un’interessante nota sapida.
Santa Maddalena dove l’aggiunta di lagrein in una percentuale massima del 10% consentita dal disciplinare di produzione, aggiunge corpo e colore. La collina sopra Bolzano, gli impianti soprattutto a pergola come spesso è allevato il vitigno in Alto Adige, da vini con un rosso rubino intenso, profumi di frutti di bosco tipici dell’uva, tannini morbidi, buona acidità, una maturità ottimale dopo alcuni mesi di bottiglia.

 
(La collina di Santa Maddalena a Bolzano – ph Clemens Zahn)

Sul vostro libro “Vini Alto Adige da sfogliare”, redatto nel 2011, indicavate dopo una percentuale negli anni ‘70 un nuovo valore del 22,35% a favore di altre varietà attualmente scesa al 16,09%. Quali in particolare?
“Soprattutto di varietà a bacca bianca come Pinot Grigio (+480 ettari), Gewürztraminer, (+420 ettari), Chardonnay (+520 ettari) e Sauvignon (+370 ettari), ma anche di varietà rosse come Pinot Nero (+190 ettari), Merlot (+130 ettari) e Cabernet (+130 ettari)”.
 
L’ulteriore calo è sempre sulla medesima quantità di superficie vitata e a favore di quali vitigni?
“Anche negli ultimi anni il trend tra i vignaioli era di portare alcune aree vitate a Schiava convertite a favore di vitigni bianchi. Abbiamo notato come i nostri terreni, il nostro clima sono decisamente adatti per produrre vini bianchi di altissima qualità ragione per la quale la produzione si muove sempre di più in quella direzione. La Schiava è vittima del metodo di produzione che c’era fino a 30 anni fa. L’Alto Adige ha prodotto grande quantità di vini a qualità media-bassa e a un certo punto il mercato è crollato. Ancora oggi soprattutto in Germania e in Svizzera spesso si tende a identificarci con questi tipi di vini. Per questo in questi mercati e molto difficile posizionare una Schiava ad un prezzo elevato. Il risultato è che i ricavi sono più bassi e in conseguenza le cantine pagano di meno per le uve Schiava rispetto alle altre varietà. La conseguenza di questo è che i contadini sostituiscono i loro vigneti a favore di altre varietà. Negli ultimi anni vediamo un piccolo boom della Schiava nei mercati che fin adesso non conoscevano questa varietà, e quindi sono senza pregiudizi, come per esempio gli Stati Uniti. Adorano questo vino perché lo ritengono fresco, fruttato e facile da abbinare. Posso affermare che la superficie vitata è rimasta pressoché invariata”.

 
(Grappolo di Schiava grossa – ph Florian Andergassen)

Quali viticoltori – Cantine Sociali – Tenute – Vignaioli Alto Adige (FWS) – in particolare hanno fatto queste scelte?
“Nei primi tempi i vignaioli indipendenti non c’erano ancora, la loro associazione è stata fondata solo nel 1999. In seguito a quell’anno l’evoluzione riguarda tutti i tipi di produttori, sia cantine sociali così come le Tenute e anche i piccoli produttori”.
 
In quali zone soprattutto tra le varie Bassa Atesina – Oltradige – Bolzano – Valle dell’Adige – Merano – Valle Isarco – Val Venosta?
“La riduzione dell’area è successa soprattutto nell’Oltradige e nella Bassa Atesina, perché era soprattutto il Doc Lago di Caldaro a essere al centro di queste difficoltà. Dal 1978 ad oggi l’area vitata con uve Schiava a Lago di Caldaro Doc e passata da 2.545 ettari a 326 ettari, quindi una riduzione del 87 per cento. Anche le aree intorno a Bolzano si sono ridotte, pero molto di meno. Il Santa Maddalena e il Colli di Bolzano, che sono le due sottozone per la Schiava a Bolzano, sempre dal 1978 ad oggi sono passati da 559 ettari a 196 ettari (-57%) e il Meranese da 230 ettari a 105 ettari. Nella Valle Isarco e nella Val Venosta la Schiava non aveva questa importanza come nel resto della Provincia motivo per cui non c’è stata questa grande riduzione”.

 
(Werner Waldboth, direttore marketing del consorzio vini Alto Adige)

La diffusione delle diverse tipologie di Schiava Grossa, Grigia e Piccola di un tempo, ora sono modificate. In un testo dedicato alla Schiava riportate che attualmente i vigneti sono soprattutto della tipologia grossa che a seconda delle zone di produzione ( Caldaro – Santa Maddalena – Merano) e dei relativi terroir da ai vini caratteristiche diverse. Un suo parere a riguardo ?
“Oggi quasi tutta la Schiava coltivata è Schiava Grossa. Siccome nel vino c’è poca differenza, i viticoltori hanno scelto di coltivare questa varietà. Questa scelta nella maggior parte è stata fatta ancora nei tempi quanto lo scopo di ogni produttore era di produrre grande quantità. Per ottenere qualità spesso il grappolo di Schiava grossa è privato della parte sottostante, nel periodo dell’invaiatura, per controllare maggiormente la sanità dell’uve dalla buccia sottile e delicata. E’ considerato dai contadini un sistema alternativo di diradamento”.

 
(Vigneti con veduta sul lago di Caldaro – ph Clemens Zahn)

Alcuni produttori dei 20 ettari dedicati, tra cui la Cantina Cortaccia del relativo comune producono Schiava Grigia. I motivi di questa scelta?
“La produzione di Schiava Grigia è molto piccola e spesso più una scelta commerciale, perché c’è poca differenza tra due tipi di vini. Per questo quasi tutte le uve dei rimanenti 17 ettari di Schiava Grigia vanno vinificati assieme a quella Grossa”.
 
Alcune cantine sociali come Girlan con Gschleier e Erste + Neue con Puntay producono vini da viti vecchie anche di 80 anni e più. Sono casi isolati? Normalmente la varietà che vitalità ha di media? Queste Schiave fanno la fermentazione malolattica. Anche le altre?
“No, ci sono ben anche altri viticoltori che producono Schiave da viti vecchie, però non lo commercializzano come vino di questa tipologia. Circa 15 per cento delle viti Schiava, che corrispondono a 131 ettari, sono state coltivate prima del 1950 e in questo caso le piante hanno 65 anni. Più del 25 per cento sono state coltivate prima del 1960, con un’altra percentuale del 50% dove il vigneto ha più di 40 anni che corrisponde alla vitalità media della varietà. La maggior parte dei vigneti dedicati sono ancora con la tradizionale pergola dove la superficie fogliare garantisce una buona protezione dal sole e dalle grandinate leggere. Negli ultimi tempi quasi tutte le Schiave fanno una fermentazione malolattica, durante la vinificazione, per dare ai vini maggiore morbidezza”.
 
Cosa rappresenta la Schiava per il Consorzio Vini Alto Adige?
 “La Schiava è parte della nostra cultura al punto che le prime menzioni del “Vernatsch” (nome tedesco della varietà) in collegamento con la nostra regione sono documentati nel 1490 e fino a pochi decenni fa era la varietà più importante della nostra regione. Quindi per noi è molto importante salvare questo vitigno. Dall’altra parte sappiamo però che non è facile agire contro la diminuzione delle aree vitate dedicate alla varietà. Negli ultimi anni accanto alle tematiche sulla diminuzione degli acquisti per la Schiava si è presentato un nuovo problema. La mosca dei piccoli frutti (Drosophila suzukii) in anni umidi, come per esempio il 2014, attacca soprattutto la Schiava portando alcuni vigneti ad avere una perdita quasi del 100%. Per questo e difficile suggerire ai coltivatori di piantare questo vitigno”.