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Vino e dintorni

Catarratto, da vitigno da lavoro a “hot grape”: la lezione di Cristina Mercuri a Camporeale Days 2025

02 Ottobre 2025
Cristina Mercuri ai Camporeale Days Cristina Mercuri ai Camporeale Days

«Potrebbe essere proprio questo il momento giusto per il Catarratto», afferma Cristina Mercuri, prestigiosa Wset educator, davanti a una platea di operatori e giornalisti nella giornata del B2B Day della decima edizione Camporeale Days. «La Sicilia oggi è al centro dell’attenzione internazionale grazie al fermento vitivinicolo degli ultimi anni, e questo vitigno – a lungo considerato marginale, quasi un gregario – può finalmente conquistare la scena».

La masterclass dal titolo eloquente “Catarratto: The Next Big Thing – da workhorse a hot grape dell’Ovest siciliano” ha offerto un viaggio attraverso la storia, i biotipi e le vocazioni di quello che Mercuri definisce «un vitigno identitario», da troppo tempo confinato al ruolo di uva da quantità e oggi pronto a ridefinire il profilo enologico della Sicilia occidentale.

Mercuri parte dai dati: circa 30.000 ettari coltivati, che ne fanno il decimo vitigno più diffuso d’Italia. Un patrimonio che, gestito con cura, può sostenere un progetto regionale ampio. «Se la parte orientale dell’isola è ormai identificata con l’Etna e con il Carricante, la parte occidentale può trovare nel Catarratto il suo bianco di riferimento», spiega.

Dal punto di vista commerciale, il vitigno si colloca su due fasce: un “entry level” a 10-12 euro a scaffale e una più alta, fino a 15-20 euro. Nei mercati esteri, in particolare in Canada e Nord America, alcune etichette arrivano a toccare i 30-35 euro, e l’export cresce dell’8% annuo. Numeri che testimoniano il crescente riconoscimento internazionale.

Sul piano agronomico, i punti di forza non mancano: il Catarratto è produttivo, resistente alle malattie, affidabile anche in condizioni climatiche difficili. Una dote preziosa in tempi di cambiamento climatico. È però una qualità ambivalente: senza un’adeguata gestione della resa e della chioma, il rischio è quello di ottenere vini diluiti e privi di carattere.

La masterclass ha poi distinto i tre principali biotipi. Il Catarratto comune, produttivo e strutturato, ma meno personale. Il Lucido, capace di esprimere maggiore aromaticità con note verdi e mediterranee – salvia, erbe, macchia – che lo rendono contemporaneo e riconoscibile. Infine, l’Extra-Lucido, raro ma in grado di dare vini di altissima qualità, con spiccata acidità e complessità.

«Questa capacità di adattarsi a interpretazioni diverse – osserva Mercuri – è la vera carta vincente del Catarratto: se ben gestito può unire affidabilità e territorialità, tradizione e modernità».

Non mancano tuttavia gli ostacoli. Prima di tutto la reputazione storica: per decenni il Catarratto è stato percepito come un vitigno “da lavoro”, utile solo a fare volume. «Questa immagine – sottolinea Mercuri – va ridisegnata. È necessario imparare a gestirlo in vigna e in cantina con attenzione per trasformare i vecchi limiti in nuove opportunità».

Il secondo rischio riguarda il confronto con il Carricante, oggi simbolo indiscusso della Sicilia orientale e protagonista del rilancio dell’isola negli ultimi vent’anni. «Il Catarratto potrebbe rischiare di restarne in ombra. Ma se la Sicilia saprà valorizzarne la specificità, potremo avere due grandi poli identitari complementari: l’Etna da una parte e il Catarratto dall’altra».

Il futuro del Catarratto, secondo Mercuri, si gioca proprio sulla capacità di comunicarne la dignità territoriale. Non più solo “gregario” o vitigno di supporto, ma bandiera dell’Occidente siciliano, in grado di esprimere uno stile mediterraneo autentico, con vini che coniugano freschezza, note erbacee e una personalità contemporanea.